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Gang criminali, estremismo musulmano, destra xenofoba: è la “tranquilla” Svezia di oggi

di Germana Tappero Merlo |

L’attacco e il ferimento di 8 persone nei giorni scorsi nella cittadina svedese di Vetlanda da parte di un giovane di origine afghana, armato solo di un affilato coltello, è solo l’ultima di una grave serie di azioni criminali che stanno sconvolgendo la Svezia. Seppur non siano stati confermati ufficialmente, al momento, movente ideologico e legami con il terrorismo jihadista, il dibattito dei media ha puntato il dito per lo più sulla forte attività di proselitismo islamico da parte di imam salafiti (ancor più accentuato in Norvegia), il fallimento della decennale accoglienza “a braccia aperte” nella Penisola scandinava di migranti e soprattutto la loro mancata integrazione, nonostante un sistema giuridico e welfare decisamente favorevoli ma, ad analisi attenta, sbilanciati. Talmente sbilanciati a favore dei migranti per lo più di fede musulmana (Marocco, Pakistan, Iraq, Somalia e Balcani) da assecondare le richieste anche di gruppi legati ad una visione radicale dell’Islam e permettere così l’istituzione di enclavi socio-religiose chiuse ai non praticanti quella religione, addirittura blindate se nemmeno polizia o autoambulanze possono accedervi. Sicuramente quanto avvenuto a Vetlanda è gravissimo e alimenta il dibattito nella Vecchia Europa, tornato prepotente con gli attentati di Nizza e Vienna di fine anno scorso, con la relativa presa di posizione del presidente francese Macron e del cancelliere austriaco Kurz, sul confronto fra secolarismo, libertà di culto e parola, da un lato, e separatismo islamico, radicalizzazione, dall’altro, e tutto quanto gira attorno al successo o meno dei programmi di de-radicalizzazione, riabilitazione e reintegrazione. Tuttavia, per la Svezia, si deve andare ancora oltre. L’ultimo rapporto circa il crimine organizzato transnazionale del Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GIATOC), di fine gennaio, dedica un ampio capitolo all’attività criminale che sta sconvolgendo la Svezia da alcuni anni. In 8 mesi, nel 2020, sono avvenute 210 sparatorie (24 morti) e la media annuale, dal 2015, è di 40 morti l’anno, anche per via del ricorso ad esplosivi (da granate ed autobombe). Il rapporto del GIATOC indaga, quindi, a fondo sui soggetti e connessioni, e il quadro che ne deriva, dalla civilissima Svezia, è davvero sconcertante. Si tratta infatti di una guerra fra bande criminali, senza coinvolgimento religioso-ideologico, attorno al triangolo Stoccolma, Malmö e Göteborg: vere e proprie gang per il controllo di traffici illeciti (droga, prostituzione e gioco d’azzardo) e coinvolge sia bande di biker svedesi che migranti di seconda o addirittura terza generazione dal Vicino Oriente e dall’Africa orientale. Su tutte spiccano bande giovanili della diaspora somala svedese, dominanti quel territorio, così come un famigerato gruppo di usurai “che ha sfruttato per decenni la propria comunità di immigrati ortodossi-cristiani dal Medio Oriente”. E non è raro leggere che proprio la ‘predisposizione all’efferatezza’ di queste genti che, seppur di altra generazione, hanno conosciuto guerre, violenza e discriminazione nelle memorie di famiglia, li renda ora inclini a odiare il contesto di adozione e rifiutarne l’integrazione. La gravità degli scontri che sta sconvolgendo la Svezia è data non solo dalla loro frequenza, ma soprattutto dalla potenza di fuoco ed esplosivo utilizzati (ad agosto 2018 un quartiere di Linköping venne devastato da una bicicletta usata come vettore di 15 chili di esplosivo) e il relativo coinvolgimento di soggetti estranei alle bande: il non distinguere fra rivali ed innocenti fa di tutta quell’attività un vero e proprio terrorismo interno. Le armi e gli esplosivi arrivano dall’area balcanica seguendo le stesse rotte della droga: sono armi di fabbricazione serba (pistole Zastava), in un flusso che parte da Belgrado e raggiunge appunto Stoccolma, attraverso la Danimarca e il ponte Øresund. Ma indagini e sequestri parlano anche di Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Albania. La maggior parte degli articoli è preordinata e gli acquisti più consistenti di kalashnikov sono accompagnati da bombe a mano addirittura in omaggio, che vengono vendute poi nelle strade svedesi per 100 corone (12 dollari). L’offerta di granate sarebbe così elevata da inflazionarne persino il suo mercato nero. Produttori e spacciatori di armi dai Balcani, quindi, che hanno sostituito la defunta mafia jugoslava – riunita attorno a soggetti già colpevoli di crimini di guerra e che dominava Stoccolma negli anni ’90 – che trafficano con somali e nord-africani in una guerra fra bande così violenta da rischiare di minare la stabilità democratica della liberale Svezia. Perché, poi, di fatto, questi avvenimenti non possono non avere altre ripercussioni, oltre a quelle sanguinarie dell’atto in sé. Alimentano, infatti, un’opposizione ideologica, anche violenta, quella contro il ‘liberalismo, il multiculturalismo e la tolleranza’, dall’inevitabile matrice xenofoba. È quella legata all’estrema destra o destra radicale (non vi è ancora unanimità nella definizione), genericamente definita nei report dell’antiterrorismo come “l’XRW (extreme right-wing) violenta”. La penisola scandinava è culla ideologica in Europa di alcuni gruppi XRW violenti, con particolare intento organizzativo transnazionale. Dalla Finlandia alla Svezia, alcuni esponenti di spicco dell’XRW violenta stanno intessendo legami con omologhi inglesi, francesi, danesi, islandesi, con addirittura aspirazioni di associazionismo oltre Oceano, in un crescendo di contatti che non è sfuggito a chi è chiamato a contrastare quell’eversione armata. Un primato che la Penisola scandinava si contende, seppur per altre influenze ideologiche (neonaziste, antisemitiche e islamofobiche), con la Germania, con un comune denominatore, tuttavia, ossia sentir minacciate la propria esistenza, l’intera razza bianca e quindi la propria identità da soggetti estranei ai propri valori etici, culturali e religiosi. Ne scaturisce una chiamata alle armi da parte di costoro per una difesa collettiva, dal nord Europa sino alla sua estremità meridionale, e che va a saldarsi con quella balcanica, là dove traffici illeciti ma anche radicalismo religioso violento hanno ampi spazi di manovra e sono fortemente alimentati dall’esterno. Non da meno, quella chiamata dell’XRW può permettersi una deviazione anche verso Europa dell’Est, rispolverando addirittura il vecchio concetto di Intermarium, ossia la comunanza identitaria delle genti ‘tra i mari’ Adriatico, Baltico e Nero, con tutto ciò che ne è già derivato di recente (Ucraina) e quanto sembra riaffiorare dai libri di storia. Ma questa è appunto tutta un’altra storia, ancora da studiare e comprendere. Ecco perché l’azione di un singolo, un giovane afgano, nella lontana Svezia, deve farci ragionare ben oltre la conta dei feriti, la buona sorte per un danno ‘limitato’ dal solo impiego di un coltello, i rischi della radicalizzazione o la mancata integrazione, quanto invece farci riflettere su fenomeni collettivi complessi, ideologie estreme e traffici criminosi che, per implicazioni e diramazioni continentali e transnazionali, stanno minando l’equilibrio della Vecchia Europa, finendo per influenzarne la stabilità interna e la sua sicurezza.

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