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Finanziaria: dai bluff alla realtà


di Emanuele Davide Ruffino e Giuseppina Viberti


Gli anni del covid hanno permesso di continuare ad immaginare spese e deficit senza limiti per fronteggiare necessità impellenti, ma oltre un certo limite il gioco può diventare pericoloso e a richiamare alla realtà è stato il processo inflazionistico, il ritorno dei richiami dell’UE e, soprattutto, la necessità di riportare i deficit e le spese sotto controllo imposta dai mercati.

A farne le spese è stato soprattutto il sistema pensionistico che doveva essere riformato abrogando la cosiddetta Legge Fornero e un brusco ridimensionamento degli incentivi, bonus e prebende varie: un ritorno alla realtà con cui han dovuto fare i conti tutti i Paesi Occidentali, ma quelli con strutture finanziarie fragili, condizionate da un deficit elevato, sono maggiormente esposte.



La campagna elettorale aveva illuso di poter rivedere i parametri pensionistici giocando su numeri ad effetto ma poi si è dovuto fare i conti con la realtà e con una sostanziale apatia delle forze sociali (sindacati, imprenditori e opposizione) che, diversamente da quanto è accaduto in Francia, non hanno praticamente sollevato il problema, tant’è che il passaggio da quota 103 a quota 104, più che un provvedimento di risanamento economico finanziario, sembra un aiuto all’opposizione per sollevare qualche critica.


La non riforma pensionistica

Aggiungere un anno di anzianità ad un meccanismo non razionale, non cambia i termini del problema, in quanto non offre alle imprese e ai lavoratori certezza sullo sviluppo e alle conseguenti necessità di programmazione: molte imprese dispongono di maestranze che non sanno quando lasceranno il lavoro, impedendo di formulare una politica del personale: qualcuno con quota 103 pensava di andare in pensione a gennaio ed invece dovrà rimanere in servizio (o fruire di lunghi periodi di mutua, causa depressione e altre patologie tipiche degli ultra sessantenni). Ai lettori de La Porta di vetro non abbiamo mai nascosto le nostre valutazioni e soprattutto le nostre preoccupazioni[1] che difficilmente si sarebbe affrontato seriamente il problema ed anche questo ultimo provvedimento più che una riforma è un rimando a periodi futuri.

Da decenni si sa che si deve andare verso un sistema contributivo, ma si cerca di addolcire la pillola con provvedimenti tampone: la Legge Fornero stabilisce che, a regime, si potrà andare in pensione anche con 64 anni di età e 20 di contributi ma per potervi accedere non bisogna aver versato contributi prima del 1995. Così chi ha iniziato a versare contributi prima è svantaggiato rispetto a chi ha iniziato a pagare dopo... al cittadino oggi non viene lasciata scelta, nonostante il provvedimento, basato sul criterio contributivo, sia quasi a costo zero. Con il sistema attuale se hai versato contributi sei penalizzato: si obbliga qualcuno a lavorare di più per pagare la pensione a chi ha versato di meno (o niente): i giovani che avranno carriere discontinue e povere di contributi converrà (quando possibile) non versare niente e fruire delle agevolazioni riconosciute a chi sta sotto certi livelli di reddito.


Sanità: le liste di attesa che si autolimentano

Sicuramente dover attendere a lungo per una prestazione sanitaria genera apprensione e diventa facile oggetto di critica, ma il risolvere questo aspetto, in un sistema fortemente caratterizzato da forme di “medicina difensiva” (in grado di generare prestazioni solo per prevenire il rischio di denunce legali da parte di pazienti, o loro parenti, per negligenza) e di “professionalità compartecipata” (che porta a coinvolgere un’infinità di colleghi onde ripartire le responsabilità) rischia di pregiudicare ulteriormente la funzionalità del sistema creando esamifici e visitifici costosi e di scarsa utilità in termini di miglioramento dello stato di salute della popolazione.

Come già anticipato anche qui sulla Porta di vetro[2], e riprendendo i richiami dell’OMS sulle prestazioni inappropriate e sugli abusi di sostanze medicinali e gli studi epidemiologici in materia, si rischia di congestionare il sistema senza creare reali benefici. Oltre al sensazionalismo dei dati sui ritardi nelle prenotazione occorrerebbe sviluppare l’analisi sull’adeguatezza e sull’efficienza delle medesime, altrimenti si rischia che ad ogni riduzione di una lista di attesa si generi una domanda indotta esponenzialmente superiore, senza verificarne l’utilità. La programmazione imporrebbe d’intervenire nei settori dove vi è maggiore necessità: non dove spinte emotive e/o commerciali indirizzano la domanda.


Addio ai bonus

Accertate le iniquità provocate dai bonus (tanto a pochi: i debiti agli altri) diventa necessario riprendere il concetto dei merit goods/wants, strumento sicuramente strategico per definire le politiche di sviluppo di un Paese, ma per far ciò occorre gerarchizzare gli interventi e su questo fronte qualche indicazioni, seppur fievole, si comincia ad intravvedere: politiche di sostegno alla natalità (praticamente ignorate per decenni) e abbassamento dell’imposizione fiscale (dove l’Italia primeggia per esosità, mettendoci in posizione critica rispetto ai potenziali competitor). Per motivi sociali e morali, oltre che politici, lo Stato esercita una funzione guida nella scelta dei consumi da privilegiare o da contrastare.

Non solo è importante offrire alcuni beni e servizi a prezzi accettabili (eventualmente anche in forma gratuita), ma occorre assicurarsi anche che questi vengano correttamente consumati per raggiungere gli obiettivi che il Legislatore si è posto (nel caso del bonus al 110%, già di per sé poco razionale, perché non invita ad un uso razionale delle risorse, implicherebbe una verifica sulla qualità dei lavori eseguiti e l’aderenza allo scopo[3]. Il collettivizzare un’aspettativa, non esclude una ricerca di garanzia nella distribuzione e nell’efficienza del loro uso.


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