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Europa: non è rinviabile una comune politica estera e di difesa

di Stefano Rossi|

Anche se l’informazione in Italia sembra ignorarlo, c’è un tema che sta esplodendo nel dibattito pubblico europeo: quello della sicurezza e della difesa. Il processo di disimpegno americano dallo scenario europeo e mediorientale, intrapreso da almeno un decennio, sta infatti procedendo rapidamente. Una volta completato, come disse Trump a più riprese nel corso della sua presidenza con parole dure (ma il concetto era il medesimo per Obama e oggi per Biden), l’Europa dovrà farcela da sola e pensare da sé alla propria sicurezza, senza potersi più affidare alla potenza militare statunitense. Una notizia passata un po’ in sordina in Italia questa settimana ci aiuta a comprendere lo stato di avanzamento del disimpegno americano dal “lato atlantico” e della strategia di ricollocamento nello scenario del Pacifico. Il 16 settembre scorso, USA, Australia e Regno Unito hanno annunciato a sorpresa la creazione di una nuova alleanza militare in chiave anti-cinese, che consentirà tra l’altro all’Australia di rinforzare la propria presenza nella regione tramite la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare (la c.d. “AUKUS”). Questo ad appena due settimane dopo il completamento del ritiro dall’Afghanistan, il che fa supporre che la preparazione di un nuovo patto militare nel Pacifico è stata discussa in parallelo con l’organizzazione del ritiro dal Medio Oriente. Apprendendo la notizia dai giornali, il presidente francese Emmanuel Macron si è infuriato per non essere stato informato prima della mossa, che se non altro denota quanto sia diminuita la considerazione americana per gli alleati NATO. Considerazione in ribasso già emersa con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Nelle stesse ore, il governo australiano avrebbe infatti comunicato alla Francia la cancellazione di un contratto per la fornitura e manutenzione di 12 sottomarini militari “classici” del valore di 66 miliardi di dollari.

Questo importante passaggio si colloca in uno scenario globale di crescente insicurezza internazionale, incremento generale della spesa militare, sostanziale stallo delle politiche di disarmo nucleare, arretramento delle democrazie in favore di regimi autoritari, aumento delle disuguaglianze economiche ed esplosione di una pandemia globale. Insomma, non proprio una situazione incoraggiante per una democrazia. Il nuovo scenario porta con sé molti interrogativi, a cui è difficile oggi rispondere. Quale sarà il futuro della NATO? Come reagiranno le altre potenze? Cosa succederà nell’area nordafricana e nel Medio Oriente? Come potranno gli Stati europei far sentire la propria voce a livello internazionale, quando non potranno più fare affidamento sulla potenza militare americana? Una cosa è sicura: se l’Europa vorrà difendere i propri principi democratici e garantire la propria sicurezza, non potrà fare a meno di dotarsi di una politica estera e di difesa adeguata alle sfide che le si pongono davanti. Se non lo farà, potrebbe finire per essere soggetta alle decisioni delle grandi potenze della regione (Russia e Turchia), non sarà in grado di favorire una politica di stabilizzazione del proprio vicinato (Medio Oriente, Nord-Africa) né di tutelare i propri valori democratici e i diritti umani nel mondo. Ma non solo: potrebbe rischiare per la propria stessa sopravvivenza, in uno scenario di crescente insicurezza globale. Le vie che gli Stati europei possono percorre per dotarsi di una vera politica estera e di difesa, che sia in grado di garantirne sicurezza e autonomia strategica, sono due: agire a livello nazionale oppure a livello europeo. Nel primo caso, l’obiettivo di raggiungere un livello di spesa pubblica almeno comparabile con quello degli altri grandi attori globali peserebbe fortemente sui bilanci nazionali, già gravati da un significativo incremento del debito contratto per l’uscita dalla pandemia; e si tratterebbe in buona parte di duplicazioni di spesa tra i 27 Paesi membri. Inoltre, la frammentazione delle forze e delle decisioni strategiche renderebbe l’Europa un attore caotico e in competizione al suo interno, diviso all’esterno e quindi debole. In alternativa, si può seguire la strada – già intrapresa da Federica Mogherini – di una vera politica estera e di sicurezza unica, finanziata da un fondo europeo per la difesa (spesa pubblica europea finanziata con risorse proprie), coordinata con gli apparati nazionali esistenti e con una guida strategica unica sotto il controllo del Parlamento europeo. Ciò che è certo, è che per prendere questa decisione abbiamo molto meno tempo del previsto.

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