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Emanuele Macaluso a cento anni dalla sua nascita: politica e giornalismo

Aggiornamento: 21 mar

di Michele Ruggiero


Cento anni fa, il 21 marzo 1924, la primavera si apriva negli uffici comunali di Caltanisetta con la registrazione della nascita di Emanuele Macaluso, figlio di un operaio delle ferrovie e di una casalinga, futuro studente all'Istituto minerario Sebastiano Mottura del capoluogo siciliano, destinato a diventare un eclettico intellettuale e uno straordinario protagonista politico del Novecento e della prima parte del Duemila. Un mese prima, il 12 febbraio, era apparso il primo numero de l'Unità, il giornale che avrebbe diretto dal 1982.

A tre anni dalla sua morte, avvenuta a Roma il 19 gennaio del 2021, sono in molti a ricordare sul web e sui quotidiani la sua lunga parabola umana e politica, esattamente in ordine di apparizione, come avrebbe voluto, per il valore che attribuiva ai sentimenti con le sue irrazionalità, bizzarrie, contraddizioni e dolori procurati e subiti nelle pieghe del suo privato. In questo, Emanuele Macaluso non è stato secondo a nessuno, ma è stato primo assoluto per l'umanità con cui le sue vicende scevre da retorica, nude nella loro crudeltà, mai perfettamente rotonde o prive di spigoli sono apparse nella sua narrazione, in particolare nell'autobiografico libro 50 anni nel Pci pubblicato nel 2003.

Umanità che rivive sul sito collettiva.it di cui si riporta un istruttivo passaggio sulla figura di Emanuele Macaluso:

Nel maggio del 1948 EM.MA. è a Portella della Ginestra per commemorare il primo anniversario della strage. A Portella, nella sua amata Sicilia, ritornerà per l’ultima volta nel maggio del 2019. 'Non volevo mancare a quest’ultimo appuntamento della mia vita”, dirà: “Questa sarà forse la mia ultima presenza qui (…). Volevo tornare qui oggi dove sono cresciuto politicamente. Non potevo mancare a questo appuntamento, volevo tornare qui, questi sono stati i momenti della mia formazione. Per me, che poi ho avuto tanti incarichi, la mia formazione politica, sociale e umana è legata agli anni in cui sono stato nel sindacato, in cui ho potuto coltivare un rapporto umano con migliaia di lavoratori, contadini, metallurgici, operai, braccianti e zolfatari. Quando gli operai del Cantiere scioperavano per 40 giorni e gli zolfatari per 60 giorni, pensate che io di notte potessi dormire? No, pensavo a quelle donne, a quegli uomini, a quei bambini. Uno sciopero in quegli anni per me diventava un modo diverso di concepire il lavoro e la battaglia sindacale. E questo è stato. Ho diretto l’organizzazione del Pci, sono stato senatore, direttore dell’Unità, ma la mia nascita come persona è qui'.[1]

Chi scrive è frenato dal pudore nell'avvicinarsi al ricordo di Emanuele Macaluso, consapevole che l'essere stato da lui assunto all'Unità non sia un titolo di merito sufficiente a dare alla memoria autorevolezza. Anzi. Con la tagliente ironia (sull'autoironia ci vado cauto) che pervade la nostra categoria, e ne sorrido divertito, perché noi giornalisti tendenzialmente non siamo noiosi, la frase migliore che mi potrebbe inseguire e raggiungere è quella di "braccia rubate all'agricoltura...". Il che potrebbe avere anche qualche fondamento.

Tuttavia, qui mi sorregge l'umanità, appunto, che Macaluso era in grado di rimandare incontrandolo. Una delle ultime (rare) volte fu nel suo ufficio di Presidente dell'Editrice Unità, anni Novanta, richiamato dal partito al ruolo di "mediatore" per stemperare le tensioni che si erano accumulate nella redazione del "Giornale fondato da Antonio Gramsci" con il primo direttore non politico, Renzo Foa. Mi parlò con una franchezza e una vicinanza non formale che non coincidevano con il livello di frequentazione. Forse, prima che il presidente, credo che fosse il compagno (più anziano ed esperto) a parlare. Uno stile e un costume perduti. Presumo che avesse accettato il ritorno all'Unità animato da puro spirito di servizio. Ipotizzo, però, che si fosse reso conto abbastanza velocemente conto delle difficoltà della missione. Il giornale era diventato altro da quello che lui aveva diretto, subentrando a Claudio Petruccioli nella primavera del 1982, dopo il caso Maresca e le rivelazioni sul sequestro Cirillo.

Emozioni: quella del saluto, nella sua stanza dell'Unità, con la targhetta sulla porta "Senatore Emanuele Macaluso" in nome dell'immunità parlamentare, nella sede storica in via Dei Taurini, prima di scendere a Catania per seguire le Regionali del 1986. Con la sua caratteristica inflessione siciliana fissò un semplice concetto a mo' di viatico: "Andrai a fare una importante esperienza di cronaca politica". Altre parole non erano necessarie. All'epoca, al vertice degli Interni (la cronaca nazionale) dell'Unità c'era una diarchia composta da Gianni Marsilli, poi corrispondente da Parigi, insieme con Antonio Polito, già predestinato a una luminosa carriera per la maturità che sapeva esprimere negli articoli, nelle riflessioni e nei suggerimenti ai colleghi.

Proprio Polito lascia oggi sul Riformista una traccia del Macaluso politico in odore di "eresia" sul finire degli anni Cinquanta, quando da segretario regionale del Pci costruì attorno al presidente della regione siciliana Silvio Milazzo una anomala alleanza tra comunisti e missini, socialisti e monarchici per tagliare fuori la Democrazia Cristiana dalla stanza dei bottoni a Palermo, per proseguire con la formazione della corrente cosiddetta "migliorista". Ma, aggiunge Polito, "forse, però, il campo in cui Macaluso è riuscito meglio, diventando un numero 1, è stato il giornalismo politico. Era un polemista come pochi. La sua rubrica quotidiana di una manciata di righe sull’Unità, quando lui dirigeva quel giornale e io ero uno dei suoi giovani portaparola, era firmata “em.ma” e ha lasciato il segno per originalità, salacità e brevità. Al punto che, una volta fondato il Riformista, pensai che quello fosse proprio il posto giusto per ridargli un corsivo quotidiano. E lui, credo, ne fu felice. Di certo si applicò con rigore e passione a quel compito anche abbastanza gravoso per un uomo in età già avanzata (seppure facesse ancora a piedi ogni mattina la strada tra il Testaccio dove abitava e piazza Barberini dove lavoravamo)".

Ancora. "Andavamo d’accordo (quasi) su tutto. C’era soltanto un punto sul quale si incazzava, ogni volta che lo contraddicevo: il futuro del socialismo europeo, che a lui sembrava roseo e a me no. Aveva elaborato il lutto della fine del Pci scegliendo senza esitazioni il campo delle socialdemocrazie. E rimproverava prima al Pds, poi ai Ds, poi al Pd, di essere nati sulla base di un’abiura implicita del socialismo (quei partiti ne avevano addirittura rifiutato il nome, preferendo definirsi genericamente “democratici”).[2]

Il socialismo democratico, infatti, era il centro vitale di Macaluso. Nel mio album dei ricordi su Macaluso, un posto indelebile conserva una sua intervista in uno dei canali Radio Rai. Riprendendo la scottante questione di "Mani Pulite" e della umiliante fine dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, con toccante passione parlava agli ascoltatori quasi esortandoli a non gettare "il bambino con l'acqua sporca", perché il socialismo italiano non era stato soltanto l'epilogo rovinoso di Bettino Craxi, ma un mondo illuminato da personaggi del valore di Labriola, Treves, Turati, Nenni, Pertini, Lombardi e dalle migliaia di socialisti anonimi condannati dal regime fascista, che avevano combattuto nella Guerra di Liberazione e che avevano militato nel sindacato di classe, nella Cgil.

Del Pd non aveva una grande considerazione, ma esprimeva il suo giudizio sempre avvolto in un velo di sapiente ironia, anche se le battute non erano mai prive di gocce di sarcasmo. Anziano, conservava un pensiero fresco e più giovane dei ridicoli giovanilismi che si ramificano e si sviluppano come l'edera nella nostra società. In una intervista a Propaganda Live, il programma de La7, a poco distanza sarebbe morto, fu così graffiante dal contagiare d'entusiasmo il conduttore che lo "elesse" capo della sinistra italiana. Probabilmente, di quella che non c'è più.


Note