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Elliott Erwitt, la fotografia al servizio dell'ironia

di Tiziana Bonomo


Lo scorso 29 novembre è morto a New York Elliott Erwitt [1], uno dei giganti della fotografia del XX secolo e di questo primo scorso del XXI. Sì, perché Elliott Erwitt non ha mai smesso di lavorare o almeno non aveva nessuno intenzione di smettere, a dispetto dell'età. Nel 2017, ottantottenne, con l'abituale sottofondo di ironia che, in quel caso, sfociava nell'autoironia, raccontò al New York Times le ragioni del suo attaccamento alla professione, derivate certo dall'amore per l'arte fotografica, ma non meno da esigenze economiche cui non erano estranee... le sue quattro mogli e i suoi sei figli [2]. Tiziana Bonomo ne ha tracciato un breve ritratto.


Ho conosciuto Elliott Erwitt la prima volta a Long Island per discutere di un famoso calendario che sarebbe uscito verso la fine degli anni ’90. Un concentrato di poche essenziali, chiare, ironiche parole. Un uomo che sapeva guardare fuori e dentro la sua vita. Come se l’obiettivo fosse la lente per osservare la vita degli altri per affrontare la sua con più leggerezza.

Erwitt aveva già partecipato al primo calendario con i fotografi dell’agenzia Magnum Photos:
David Allan Harvey - Leonard Freed - Gilles Peress - Steve McCurry - Inge Morath - Martine Franck - Gueorgui Pinkhassov - Bruno Barbey - Ian Berry - Rene Burri - Dennis Stock. Quel calendario fu l’anticamera di un fantastico successo stampa che raggiunse l’apice con quello successivo di sole sue immagini per raccontare – idea magistrale – le diverse tipologie di famiglie in Europa. Elliott Erwitt con la sua ironia e la sua visione cosmopolita era in grado con le sue fotografie di creare empatia.

L’impostazione, lo stile, la semplicità e la forza narrativa dovevano rimanere uguali a quelli del calendario precedente ed Erwitt fu veramente incredibile.

Durante lo shooting a Milano la pacatezza, il savoir-faire e la positività di Erwitt erano il collante per la buona riuscita. Le scene erano state preparate per creare le situazioni delle diverse tipologie di famiglia che erano emerse attraverso un'indagine Eurisko: quella tradizionale, la famiglia numerosa con il padre casalingo e la mamma manager, la famiglia con due uomini, quella a tre e così via.

Il suo sguardo cercava sempre una imperfezione, leggera, il dispetto della regola. Così come allora la giovane donna incinta dietro al bancone del bar era l’elemento imperfetto che rendeva più vera la scena che sarebbe apparsa edulcorata esageratamente costruita: “Le contraddizioni sono perfette, rendono interessanti le fotografie, offrono diverse chiavi di lettura.”

Anche le oche che zampettano a fianco di un gruppo di giovani donne ungherese (foto in alto) con lunghe trecce sulle spalle. Elliott Erwitt in molte sequenze dà l’idea di cosa accadrà dopo, e la foto finale è a volte umoristica, come in questo caso, a volte toccante e spesso sorprendente e inaspettata. Elliott, sempre con la macchina fotografica al collo, amava sottolineare l’importanza dell’attesa che deve avere un fotografo: “È come pescare, a volte ne prendi uno. Aspetti che accada qualcosa, a volte succede, a volte no.”

Aveva anche una particolare bravura nei ritratti che sono diventati celebri. Quello che amo ricordare e che ho appeso in casa è quello di Marilyn Monroe. Quello sguardo magnetico accattivante con quella bellezza universale, mai sfacciata, mi accompagna da tantissimi anni insieme all’immagine delle oche. Così ogni giorno penso di guardare la vita dal lato della sua bellezza e della sua ironia.


Note


[1] Elliott Erwitt, al secolo Elio Romano Erwitz, nasce a Parigi nel 1928 da genitori russi. Nel 1939 si trasferisce negli Stati Uniti, dove studia fotografia e cinema. Nel 1950 inizia a lavorare come fotografo freelance professionista. Nel 1948 incontra Steichen, Robert Capa e Roy Stryker a New York, ed è Capa che nel 1953 lo invita a entrare nell’agenzia Magnum Photos. Da allora Elliott rimane membro del prestigioso gruppo, per il quale ricopre molte volte la carica di presidente. Nel 1970 inizia a produrre film: nella sua carriera ne produrrà 17, tra documentari, commedie e satira. Organizza mostre personali in America, a Parigi, Madrid e Londra. Nel corso della sua carriera ha pubblicato più di 20 libri. Considerato uno dei fotografi più importanti e noti del Novecento, ha fotografato, sempre in bianco e nero, situazioni ironiche e assurde in ambienti quotidiani. Dal 1970 ha dedicato gran parte delle sue energie nel mondo del cinema. I suoi lungometraggi, spot televisivi, documentari e film includono: Arthur Penn: the Director (1970), Beauty Knows No Pain (1971), Red, White and Bluegrass (1973) ed è stato il vincitore del premio Glassmakers di Herat (1977). Fu inoltre accreditato come operatore addetto alla camera per Gimme Shelter (1970), fotografo di scena per Bob Dylan: No Direction Home (2005) e fotografo aggiunto per Get Out Yer Ya Ya (2009).

Una collezione di film di Erwitt sono stati proiettati nel 2011 nell'evento speciale intitolato An Evening with Elliott Erwitt al DocNYC Festival. Erwitt ha inoltre interpretato se stesso in un film documentario di Douglas Sloan, proiettato durante lo stesso festival ed intitolato Elliott Erwitt: I Bark at Dogs in Elliott Erwitt - Wikipedia

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