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Economia di guerra e guerra alla pandemia

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi |

Da tre quarti di secolo l’Europa non è sconvolta da conflitti armati e, per certi versi, il coronavirus ha obbligato a reimpostare modalità di convivenza riconducibili all’economia di guerra. Al di là degli slogan, siamo sul serio in grado di affrontare con decisione e determinatezza l’emergenza o la situazione rileva quanto mai il livello di decadenza del nostro sistema, sistematicamente in crisi quando deve prendere una decisione (pur rendendosi conto che il non decidere è spesso la peggiore delle decisioni)? Il concetto di economia di guerra

L’immagine viene sovente evocata dai mass media per sottolineare la necessità di una modificazione degli assetti sociali in quanto richiama situazioni in cui un Paese si riorganizza, aumentando i livelli di pianificazione, per garantire che la capacità produttiva sia configurata in modo ottimale nel supportare lo sforzo bellico. Il concetto si può estendere a quando si verifica la necessità di adeguare il sistema economico e sociale a necessità impellenti ed inderogabili che richiedono un impegno al limite delle possibilità. L’economia di guerra viene così giustificata dallo stato di necessità che un evento eccezionale provoca e che porta ad emanare una serie di provvedimenti perentori, senza però sospendere i principi base e la libertà dei singoli e dei gruppi (e che prevede un immediato ritorno alla normalità, quando il pericolo viene a cessare). L’approvvigionamento dei settori coinvolti (l’esercito in caso di guerra, le strutture sanitarie in caso di pandemia, la protezione civile in caso di calamità naturali) assume priorità assoluta, obbligando tutti gli altri attori del sistema ad adeguarsi alle nuove esigenze. In particolare, all’apparato produttivo di prima linea deve essere garantita una priorità nell’allocazione e nella distribuzione delle risorse. In Svizzera, paese neutrale per tradizione, l’economia di guerra viene definita come mobilitazione economica, che si realizza anche tramite una forma di previdenza in vista della guerra o di altre difficoltà (la saggezza degli antichi romani soleva ammonire “Si vis pacem, para bellum”, ma il concetto era già ben chiaro a Platone “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum”, dunque, “chi vuole la pace si prepari alla guerra”. Scelte economiche durante la pandemia

Adattare l’economia e, di conseguenza, la società alle condizioni belliche comporta notevoli rischi: allo scoppio della crisi una parte significativa dei consumi, deve essere immediatamente dirottata a contrastare il nemico. Nella fase immediatamente successiva, la cui ampiezza varia a seconda del pericolo, occorre trasferire risorse dalla sfera tradizionale a quella emergenziale con una mobilitazione il più possibile generale. Così facendo però si rischia di ridurre le cosiddette entrate provenienti dalle economie domestiche: le attività per contrastare il pericolo vanno cioè ad assorbire risorse a scapito di tutti gli altri beni (sia di consumo e di investimento, che di gettito fiscale) fino a giungere al disinvestimento in alcuni settori, favorendo indirettamente le realtà non coinvolte nel conflitto. Ciò però non accade nel caso delle pandemie allorché tutti i settori e tutte le nazioni sono coinvolte, anche se è evidente che chi prima riuscirà ad uscire dalla fase emergenziale godrà di un rilevante vantaggio: sotto questo aspetto i Paesi dell’Estremo Oriente e i Paesi che hanno cercato di contenere le misure restrittive nel settore produttivo, godranno di una posizione dominante, mentre l’Italia, secondo Strasburgo, sembra essere l’ultima in Europa per capacità di ripresa nei prossimi anni. Inutile sottolineare l’importanza, nel mondo globalizzato, di occupare una posizione di vantaggio sui mercati internazionali: potenze economiche quali Cina e Russia, forti di un potenziale produttivo proprio e sorretti da una consistente domanda interna, stanno già occupando spazi rilevanti, anche grazie al passe-partout dell’offrire vaccini in forme competitive (per prezzo, ma soprattutto per disponibilità e modalità di acquisizione). I costi che si dovevano affrontare durante un conflitto venivano normalmente pagati con ondate inflattive (secondo Benjamin Disraeli, primo ministro inglese tra il 1868 e il 1880, la più iniqua delle tasse), mentre oggi si pensa di sopportare il peso finanziario creando debito pubblico praticamente senza limiti: la storia dirà se quale forma è la meno iniqua. Il ruolo delle forze armate nelle emergenze pandemiche

da pandemia La pandemia, come le guerre del secolo scorso, non coinvolgono solo gli eserciti, ma sono in grado di alterare tutti gli equilibri politici, sociologici e psicologici che, se non governati, possono provocare disordini dalle ripercussioni imprevedibili. Solo in Israele, l‘esercito è stato pesantemente utilizzato per la gestione della logistica (dai rifornimenti alla somministrazione); in Occidente reparti delle forze armate sono intervenuti per controllare le distanze nei ristoranti o qualche controllo sui limiti agli spostamenti. Più che di economia di guerra, le nostre società hanno dovuto (o voluto, per abitudine culturale) concentrare l’attenzione sull’esegesi delle norme contenute nelle varie disposizioni legislative o alle interpretazioni legali relativamente ai contenuti dei contratti con le ditte farmaceutiche (illudendosi che le guerre si vincono grazie a cavilli da azzeccagarbugli). L’impegno delle risorse è stato indirizzato, utilizzando anche per i problemi economici un linguaggio medico, più per contenere i sintomi che per curare la malattia. Si sono acquisiti quantità impressionanti di dispositivi di protezione individuale, ma non si è fatta la giusta attenzione a migliorare il loro utilizzo; si è assunto un notevole numero di persone, poca attenzione però è stata prestata alla produttività e appropriatezza sul loro impiego (atteggiamento più che giustificato nella fase acuta della pandemia, meno nella fase successiva); si sono adottati un’infinità di ipotesi restrittive, senza esaminare le conseguenze sugli effetti prodotti, sia sotto il profilo economico (milioni di disoccupati) che sociale (aumento dei suicidi). Anziché convertire le strutture esistenti, per rispondere alle legittime paure del popolo, si sono acquistate derrate che, in parte, rischieranno di andare sprecate, anziché riconvertire gli impianti esistenti o predisporre una loro rapida conversione (gli americani, nonostante Pearl Harbor hanno comunque vinto sui giapponesi per la loro maggiore capacità di produzione). Non si tratta solo di determinare quanti vaccini o quanto materiale D.P.I. ma con quale velocità il sistema riesce a riconvertire la sua produzione in conformità al mutare delle esigenze e al saper cogliere le opportunità che la crisi presenta. Se fossimo sul serio in guerra non vi sarebbero state troppe discussioni sul se e sul come indossare le mascherine o come formulare le norme per evitare di assembrarsi il sabato pomeriggio. Dobbiamo chiederci se si sta realizzando quello sforzo generale e uniforme che ha contraddistinto le popolazioni che hanno vinto le guerre, anche se realisticamente, sappiamo di combattere un nemico subdolo e invisibile.

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