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Donne e prudenza... Porte chiuse per riconoscere a chiunque pari dignità

Considerazioni a margine di battute e inchieste giudiziarie

di Emmanuela Banfo


“Quando ricevi in ufficio una donna che non conosci, se sei solo, lascia sempre la porta aperta; non si sa mai”. La cronaca recente riferisce questa frase di presunta prudenza avverso un presunto pericolo, al presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, intervenuto sui social sulla vicenda che vede indagato per violenza sessuale il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro. Lasciando da parte le dichiarazioni di Nicco e, ancora di più, le indagini riguardanti Silvestro, l’assunto merita attenzione. Perché può averla detta uno qualunque e nel rimbalzo è stata sposata, ma anche un nostro collega di lavoro, un nostro familiare. Possiamo averla sentita sul tram, in un supermercato.

È vulgata. Fa parte di un lessico, di un pensiero che riconosciamo di primo acchito. Ha in sé qualcosa di fisico, ne percepiamo l’odore, al tatto è viscido, insinuante, sospettoso, va oltre al detto per innestarsi su un’idea del femminile traditore e doppio. Bisogna addentrarci nelle stratificazioni plurisecolari dove mito, religione e cultura s’intrecciano. Che importa se Eva non ha mangiato la mela ma un altro frutto, è lei che disubbidisce e fa cadere in errore quel poveretto di Adamo, descritto come un animo innocente che addirittura non si assume le proprie responsabilità. Anzi, una volta scoperto, non riesce a dire altro che “è stata lei”. È la madre di tutti i viventi che ci ha fatto perdere l’Eden. Per fortuna, potremmo aggiungere, perché così è iniziata la storia. L’ambiguità, ma ancora più l’istinto di trasgressione, s’addice alla donna, da sempre. E ciò per l’uomo non è bene. Non è bene perché il suo potere chiede sottomissione: sociale, di una classe sull’altra, culturale, di un ceto intellettuale conforme, di genere. Per forza di genere poiché le donne vanno controllate, imbrigliate, tenute a distanza di sicurezza altrimenti ingannano, come fece la loro progenitrice.

L’Adamo, d’allora e d’adesso, si narra come eterna vittima. La vittima carnefice, che magari picchia, violenta, uccide, ma perché ha paura, deve difendersi dall’altra faccia di Eva, la demoniaca e seduttiva Lilith. La Lilith che dall’antica letteratura mesopotamica e rabbinica è stata adottata dai movimenti femministi a partire dall’Ottocento quale bandiera di libertà. Libertà da regole imposte, da codici costrittivi, da gabbie concettuali. Il maschile ha timore del femminile incontenibile e imprevedibile. Lasciare la porta aperta quando la si incontra per l’ansia che possa essere portatrice di guai scivola sul registro dello stereotipo: la donna in sé è potenzialmente Eva l’ingannatrice, Lilith la seduttiva.

La donna perde identità, personalità, non ha nome e cognome, non è singola ma plurale. Ed ecco l’etichetta, il marchio, lo stigma. Però nella stessa stanza c’è lui, l’Adamo. Memore del precedente, nel giardino della purezza, non s’azzarda in un rapporto faccia-a-faccia che potrebbe diventare un terreno minato, vuole testimoni che all’occorrenza gli corrano in aiuto asserendo la sua totale innocenza, estraneità a ogni fatto addebitabile. Ha bisogno per difendersi da chi? In realtà, da sé stesso. Sottrarsi all’incontro è sempre segno di debolezza. Come i tanti, troppi giovani schermati da un video che sanno soltanto relazionarsi a distanza, da remoto, nel virtuale.

Guardarsi negli occhi è fatica. Sgomberare il campo da diffidenze, da costruzioni mentali ostative, giudicanti, svilenti dell’altra persona, chiede un impegno morale alla coerenza con i nostri valori: gioco la carta del rispetto in un mondo di prevaricazione, gioco la carta della fiducia in un mondo di truffa, gioco la carta della solidarietà in un mondo di egoismo, gioco la carta della fiducia in un mondo ostile. Gioco la carta della parità, del reciproco riconoscimento della dignità tra uomo e donna, chiudendo la porta per evitare di sentire il chiacchiericcio delle banalità, con i loro cliché, i tic della mediocrità.

 

 

 

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