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Donne e Pd: Letta combatta per un cambio di mentalità

di Anna Paschero|

Una premessa d’obbligo per non generare di primo acchito inutile polemiche: sulle cosiddette “quote rosa”, non esiste unanimità nemmeno tra di noi, donne militanti nel Partito Democratico. Ed è per questo che non stupisce affatto il clamore che è seguito all’annuncio del neo segretario Enrico Letta di voler sostituire, con rappresentanti femminili, le due cariche di capo gruppo alla Camera e al Senato del suo partito. Il principio della democrazia paritaria, contenuto nell’art. 3 della Costituzione, si attua con il superamento della logica delle quote piuttosto che con il voler considerare le donne come gruppo svantaggiato e debole che chiede tutela. Per la delicatezza dell’argomento, chi legge comprenderà di qui in avanti la scelta parlare in prima persona. Personalmente, infatti, rifiuto la leggenda metropolitana che vuole le donne soggetti invisibili. E rifiuto, altresì, il ragionamento che ci condanna ad essere una sorta di specie protetta. Ne consegue, che rifuggo da quei meccanismi che più che favorire l’impegno delle donne in politica sembrano invece relegarle in panchina nel ruolo di “riserve”. Al contrario, l’universo femminile – e su questo c’è unanimità indiscussa – desidera che siano create le condizioni per semplificarne la partecipazione alla vita pubblica. Ma ciò implica l’impegno anche degli uomini, non dimentichiamolo. Il che ci porta ad allargare il raggio d’azione alla partecipazione alla vita politica di persone con identità etniche, sociali, fisiche e sessuali, in contesti dove esse sono sotto rappresentate. Secondo questa impostazione, però, l’iniziativa del neo segretario appare più come una concessione – non necessariamente di natura regale, come le Costituzioni ottriate, concessa del sovrano, d’inizio Ottocento – e non come un diritto delle donne, la cui realizzazione è fondamentale per il compimento di una piena democrazia, in cui uomini e di donne hanno medesimi diritti e opportunità. Gli sforzi fatti finora non rappresentano allora un “punto di arrivo”, ma un “punto di partenza”. In altri termini, il raggiungimento di una parità effettiva passa da un cambiamento “formale” che deve essere accompagnato da un processo “culturale” e “sostanziale”. Non sfuggirà dunque a nessuno, che si tratta di un passaggio che non può avvenire attraverso la concessione di agevolazioni e privilegi alle cosiddette “categorie protette”, ma deve derivare da un forte impegno delle stesse donne. Le poche ma tenaci donne chiamate nell’Assemblea Costituente (21 su 556 membri) a scrivere le regole fondative della democrazia italiana non mancarono l’obiettivo di affermare che entrambi i sessi hanno pari dignità e diritti in ogni campo della vita (nella famiglia, nel lavoro, nella sfera pubblica). Queste donne non agivano da sole, ma in sintonia con una parte della società più avanzata, non solo femminile, rispetto alla quale avevano un preciso mandato da realizzare. Le nostre Costituenti ne avevano consapevolezza e hanno combattuto per questo. Domandiamoci allora se i numeri della presenza femminile sono sufficienti a garantire una buona qualità della politica nei centri decisionali del Paese. In questi anni, dove la presenza femminile è cresciuta rispetto all’epoca della Costituente, c’è stato un incremento della qualità delle decisioni parlamentari? La valutazione non è affatto semplice perché mancano indicatori oggettivi su cui basarla. Molte cose fondamentali sono state fatte, ma gli impegni ad oggi profusi non hanno fatto ancora registrare una piena attuazione di quel sogno di democrazia realizzato insieme da “donne e uomini” di cui parlavano in Assemblea le donne costituenti. Ora credo che soltanto quando questo sogno diverrà realtà verrà meno l’offerta di concessioni, di riserve protette e di quote rosa. Ma questo dipende anche e soprattutto da noi donne. Da questo punto di vista, mi pare di poter dire che ancora molto ci sia da fare.

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