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Distruzione e rinascita del ponte di Mostar, vero e unico simbolo della città nel suo insieme


di Marco Travaglini


Trent’anni fa, martedì 9 novembre 1993, il ponte di Mostar veniva abbattuto a cannonate. Costruito dall’architetto ottomano Hayrrudin nel 1566 per ordine del sultano Solimano il Magnifico, lo Stari most, il ponte vecchio, era il simbolo della principale città bosniaca dell’Erzegovina. Quell’ardita struttura in pietra a schiena d’asino, simbolo del legame fra Oriente e Occidente, fu visto dai nazionalisti croati – come scrisse Giacomo Scotti – come una “negazione della loro politica d’odio verso i musulmani che abitavano ed abitano sul lato del fiume opposto a quello croato, nei densi quartieri di case abbarbicate sulle pendici che scendono dolcemente verso la sponda orientale”. In quel freddo novembre di trent’anni fa, guardare Mostar equivaleva ad aprire una finestra sull’inferno. La parte musulmana della città, ormai spezzata in due, era sotto il tiro degli obici e dei cecchini. La parola più comprensibile era niente. Niente acqua, luce, cibo. Niente pace e, nel pensiero di molti, anche niente futuro. L’odore della morte aveva quasi spento la speranza, mentre dal cielo piovevano le granate.


9 novembre 1993, il "lavoro" dell'artiglieria croata

Erano tante, tantissime, provenienti dall’altra parte della città, quella sotto controllo dell’Hvo (l’esercito dei croato-bosniaci). L’artiglieria croata portò a compimento quel capolavoro di violenza e ignoranza il 9 novembre, facendo crollare le antiche pietre nelle acque della Neretva. Accadde in perfetta coincidenza con il quarto anniversario della caduta del Muro di Berlino, esattamente cinquantacinque anni dopo la “notte dei cristalli”, il pogrom antisemita dei nazisti che distrussero, bruciarono e saccheggiarono sinagoghe e negozi ebraici in Germania, Austria e Cecoslovacchia. Una delle tante casualità della storia? Difficile dirlo, ma un fatto è certo. Se, per un verso, la caduta del Muro chiuse una pagina nera della storia europea, abbattendo simbolicamente il confine della guerra fredda e avviando il processo di riunificazione della Germania, l’abbattimento del ponte di Mostar equivalse all’esatto contrario.

La distruzione del ponte Vecchio non fu un gesto casuale, né l’azione scellerata di un manipolo di soldati scriteriati e senza ordini. Al contrario, fu il risultato di una strategia pianificata dai politici croati e dai capi croato-bosniaci per rimuovere la popolazione musulmana, ghettizzandola sulla sponda orientale della Neretva. I sei croati ritenuti responsabili vennero imputati dal Tribunale dell’Aia per aver commesso una “impresa criminale congiunta” e condannati a molti anni di prigione. Tra di loro il generale croato Slobodan Praljak, al quale di anni ne furono affibbiati venti, in quanto riconosciuto come principale responsabile della distruzione dello Stari Most. Lo stesso che dichiarò che “quelle pietre” (il ponte) “non avevano nessun valore”.


La ricostruzione dello Stari Most

Divisione, cesura, distruzione di un simbolo dell’identità culturale, altro che anonime pietre. Due anni dopo, alla fine della guerra che insanguinò i Balcani occidentali, la comunità internazionale pose tra gli obiettivi principali della ricostruzione della Bosnia-Erzegovina devastata, la riedificazione dello Stari Most. La seconda vita di quello che molti definivano un “monumento alla Pace e alla convivenza” iniziò qualche anno dopo, con materiali e tecniche originali, recuperando dal fiume le poche pietre ancora utilizzabili ed estraendone altre dalle cave da cui proveniva la pietra originaria lavorata dagli scalpellini. Il costo della ricostruzione dell’intero complesso dalle Halèbija e Tara, le imponenti seicentesche torri laterali, fino agli edifici attigui, ammontò a circa 18 milioni d’euro. E l’Italia fu la nazione più impegnata, per l’entità della donazione, con oltre tre milioni. Una parte tutt’altro che simbolica dell’impegno straordinario per aiutare la Bosnia-Erzegovina a rimettersi in piedi. Una cosa importante che s’accompagnò a quella ben più straordinaria della folla di pacifisti, donne e uomini d’ogni età e ceto sociale, che durante la guerra, affrontando gravi pericoli e mettendo a repentaglio la propria vita, portarono ai bosniaci d’ogni etnia la solidarietà, gli aiuti concreti in cibo, medicinali e vestiario oltre che il conforto di un mondo che non li aveva dimenticati relegandoli alla cronaca dei quotidiani e dei telegiornali della sera.


Scelte divisive e miopi per la convivenza civile

Purtroppo, mentre il ponte rinasceva, offrendo di sé un’immagine di speranza, altri episodi contribuirono a tenere aperte le ferite che non si sono mai del tutto rimarginate. I nazionalisti croati scelsero di estremizzare il significato simbolico del nuovo e altissimo campanile della piccola chiesa francescana. Il più alto esistente nell’ex Jugoslavia, ovviamente molto più alto del campanile originario anch’esso lesionato dalle cannonate nel 1992. Ora s’innalza come un pinnacolo a 107 metri d’altezza, svettando sulla città ben oltre il campanile della più grande chiesa cattolica del Balcani, la cattedrale di Zagabria. Un evidente gesto di sfida che venne accompagnato dall’enorme croce di marmo bianco, alta trentatré metri, che si staglia nel cielo ancor più alta del campanile, eretta sul monte Hum che domina la Mostar occidentale, croato-cattolica. Una scelta deliberata per sfida e dispetto ai musulmani, sottolineando quanto accade nelle stesse scuole dove, tra una sponda e l’altra della Neretva, si studia la storia secondo logiche divisive nonostante i tanti decenni passati, i drammi e i lutti di una guerra tremenda. I simboli e le grandezze continuano ad allungare ombre minacciose su un ponte che appartiene a tutti i mostarini e destinato nonostante tutto e contro il parere di chi sollecita e coltiva divisioni a rappresentare il vero e unico simbolo della città nel suo insieme.


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