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Disagio sociale ed estremismi eversivi

di Germana Tappero Merlo |

Ciò che è avvenuto nei pesanti scontri dei giorni scorsi a Roma era più che prevedibile, se solo quanto già accaduto di simile nella primavera passata, con le prime manifestazioni contro la campagna vaccini per Covid-19, fosse stato affrontato dalle autorità con meno superficialità e con il giusto peso di una prospettiva di una crisi sociale e di sicurezza di medio-lungo periodo. Senza entrare nel merito delle ragioni dei manifestanti contro il green-pass, peraltro nella maggioranza pacifici, ciò che deve destare vera preoccupazione è l’inserimento di gruppi/cellule estremistiche violente di diversa matrice. Ora, e giustamente, per i fatti di Roma si punta il dito contro Forza Nuova, e ci saranno indagini di magistratura e provvedimenti degli organi rappresentativi a deciderne responsabilità penali e sorte. Ma illudersi che la minaccia violenta sia finita o confinata alla questione green-pass-vaccini-estremisti(pseudo)fascisti, è un errore dalle conseguenze gravissime. Dalla crisi del sistema alle visioni complottistiche

Di fatto la pandemia e la questione vaccinale hanno generato nel nostro Paese una prima crisi sistemica in grado di produrre visioni complottistiche anche di carattere transnazionale grazie alla connettività via social network (Facebook, Twitter) e piattaforme di messaggistica come WhatsApp e Telegram, fra le tante, che hanno permesso a singoli individui, gruppi diffusi di protesta, micro-reti e collettivi più o meno organizzati, di ritrovarsi ed agire concordemente. La crisi economica, ossia quella di una quotidianità uscita con le ossa rotte dal lockdown, e non solo in Italia, quella che di fatto va oltre i rassicuranti dati ufficiali circa una ripresa a breve, ha agito in questi mesi come acceleratore. Si è venuta a creare, in sostanza, una diffusa incertezza (da taluni definita anche “dittatura dell’incerto”) che si è posta a fianco di un collasso nella fiducia verso le dichiarazioni ufficiali di (più o meno) esperti virologhi, ma soprattutto di quelle delle istituzioni incaricate di condurre la nazione fuori da questa crisi pandemica, appunto.

In questo clima di incertezza, l’inserimento di pseudo-ideologie, che in Italia fanno riferimento a gruppi come Forza Nuova, ma negli Stati Uniti, ad esempio, appartengono a movimenti come QAnon, ha finito per fungere da “ombrello” in grado di connettere più interpreti, sia collettivi che individuali. Ed è proprio dall’individuo che si dovrebbe partire per comprendere quanto avvenuto come manifestazione violenta e, quindi, prevenirla. Perché poi, di fatto, il vero compito degli organi preposti alla sicurezza nazionale, e con il contributo di un’intelligence efficace, è quello di prevenire forme violente, vicinissime ad atti di tipo terroristico, come quelli di Roma appunto, non solo di rincorrerne i responsabili a fatti avvenuti. Identità spezzate e rigurgiti collettivi di violenza

Il punto di svolta, ora, deve essere l’oggetto di osservazione da parte di queste stesse autorità. Un tempo, fino al secolo scorso per intenderci, il fenomeno eversivo interno di qualsivoglia sigla veniva studiato come un fenomeno di massa. Al momento, in un’era post-ideologica, ipertecnologica e iperconnessa, è necessario indirizzare l’attenzione innanzitutto verso il singolo individuo: solo così si scoprirebbe che questi fenomeni sono composti da un puzzle identitario costituito da varie componenti anche di differente origine sociale e professionale, in cui spiccano un’elevata mobilità e fluidità e che producono continue manifestazioni di protesta sino ad arrivare all’eversione vera e propria, di varia colorazione pseudo-ideologica. Esplorare la “connettività individualizzata”, come viene definita in ambito di counter-terrorism, per comprendere i fatti violenti di Roma, significa assumere il medesimo approccio che si dovrebbe tenere (e in parte già avviene) con il fenomeno di tutt’altra specie qual è quello della radicalizzazione di stampo jihadista. Come analista di fenomeni terroristici ed eversivi violenti sovente mi sono confrontata con il percorso di individui radicalizzati in particolare, ma non solo, islamisti presenti in territori a maggioranza non-musulmana, come l’Europa e l’Occidente in genere. Ebbene, il radicalizzato musulmano non è di per sé violento. Vive il proprio credo secondo una rigida impostazione dottrinale di ritualità e di doveri, ma la violenza non gli appartiene. Se lo diventa (e allora si tratta di radicalizzato islamista/jihadista) è per via di un percorso di ricerca identitario del tutto personale che trova nella narrazione di gruppi estremisti, per lo più jihadisti, uno strumento funzionale al suo scopo. La narrazione del vittimismo gruppale

Allo stesso modo dell’auto-radicalizzato islamista/jihadista cresciuto in Occidente, il manifestante violento nostrano (e lo si è visto negli ultimi mesi proprio in ambito no-vax e no-green pass) costruisce la sua pseudo-ideologia mescolandola sovente con il proprio vissuto personale, che lo porta ad agire con violenza, giustificandola come difesa della sopravvivenza propria e del suo contorno famigliare o di comunità. Scatta, infatti, il processo di “vittimizzazione del noi” (i no-Vax, i no-green pass) e di “demonizzazione dell’altro” (le autorità politiche e quelle sanitarie), che è tipico proprio di tutte le narrazioni dei radicalizzati alla violenza, siano essi jihadisti, nativisti, suprematisti e via dicendo. Tuttavia, se il singolo, di per sé, può fare danni limitati, l’inserimento di un organismo connettivo, quale, nel nostro caso, gli elementi violenti di Forza Nuova – o per il jihadista fai da te soggetti legati a organismi quali il sedicente Stato Islamico – diventa quel propulsore in grado di assemblare anche poche forze e trasformarle in minaccia concreta. E la propulsione, ai nostri giorni, passa attraverso i social media, sostituendo, di fatto, la propaganda attuata un tempo con mezzi più tradizionali ma troppo limitati per l’utenza raggiunta, come scritti, volantini, riunioni di collettivi, tutti ormai superati grazie alla tecnologia di comunicazione a disposizione di ogni cittadino. Il risultato, come si è già ampiamente visto con il radicalizzato jihadista occidentale, è quello della “sindrome da social media”, laddove piattaforme social, soprattutto le più utilizzate e a dispetto della loro funzione di aggregatori globali, diventano recinti chiusi al confronto pacifico, in cui trionfano certezze assolute, insindacabili, quelle post-verità individuali, appunto, ferme ed irrinunciabili, che vanno ben oltre le parole scritte in un post per protesta, finendo addirittura per incitare il ricorso alla violenza sino a prospettare di riunire i propri correi in milizie armate (fenomeno visto sia per il jihadismo che per i movimenti di protesta US, dai pro-Trump ai nativisti e suprematisti bianchi, e altri ancora). Erosione della fiducia nelle istituzioni e lacerazioni sociali

Alle piattaforme social più comuni e conosciute (Facebook e Twitter, ad esempio), si aggiungono quelle riconducibili all’universo estremista “altro” dal jihadismo, tanto da contarne, al momento, 240 dove – e anche qui al pari dell’universo jihadista – è presente il benestare, per alcuni la regia, di soggetti esterni, anche potenze straniere. Come nel caso del radicalizzato jihadista, i rappresentanti dei gruppi estremisti delle piazze nostrane cercano così di polarizzare il consenso attorno ad azioni tattiche-operative in cui prevale il ricorso alla violenza che, di fatto, diventa violenza politica perché erode lentamente il consenso verso le istituzioni. Ed è in questa deriva che la strategia eversiva anche nostrana mostra sé stessa in tutta la sua pericolosità, ossia nella lenta erosione di lungo termine delle istituzioni e dei loro ruoli, e che passa attraverso una lacerazione del tessuto sociale di cui, fra l’altro, l’astensionismo alle ultime elezioni amministrative è da considerarsi un sintomo, pacifico ma eloquente. Le responsabilità, comunque, non vanno ricercate chissà dove, od esclusivamente nei soggetti violenti di Forza Nuova: nel caso delle proteste violente di casa nostra – e quella di Roma non è stata l’ultima – l’imputata principale è proprio la politica che non ha saputo raccontare le fasi della pandemia e la crisi da essa generata a una parte della popolazione se non attraverso slogan elettorali, imposizioni per decreti d’emergenza, lockdown prolungati di volta in volta, creando per costoro dei vuoti esplicativi di narrazioni sovente contraddittorie, che sono diventati il vero terreno fertile per odio e rabbia, in particolare quando il green pass per il lavoro, che scatterà venerdì, 15 ottobre, di fatto si esplicita ipocritamente come un obbligo vaccinale. Ed è in questi vuoti, in queste zone grigie fra ciò che è detto ma che non è di fatto, fra ciò che è protesta legittima e molta rabbia repressa che si insinuano i cattivi maestri pronti a colonizzare e ad attingere per il reclutamento e per la radicalizzazione alla violenza a fini eversivi. Perché poi, che si tratti di jihadisti islamisti o di infiltrati facinorosi, e i loro agguerriti neo-adepti, nelle pacifiche manifestazioni dei no-vax nostrani, di questo si tratta, ossia tentata eversione.

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