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Dieci anni fa la strage di Utøya. Ideologia sanguinaria dell’ultradestra

di Germana Tappero Merlo |

Isola di Utøya e Oslo, 22 luglio 2011, la strage di 77 persone da parte di Anders Behring Breivik (nella foto), il lupo solitario responsabile di più vittime nella storia di attacchi da parte di singoli terroristi. Persino oltre i lupi solitari jihadisti che, nell’ultimo decennio, si sarebbero macchiati dei peggiori atti di terrorismo in Occidente, da Parigi a Bruxelles e oltre. Breivik però è, ed è stato, molto di più di un sanguinario criminale: ha fatto scuola, con i suoi libri, con le sue esternazioni nei vari processi, con il suo video-manifesto e soprattutto con il voler sopravvivere al suo crimine, arrendendosi alla polizia per essere processato e diventare testimone vivente di una ideologia-visione del mondo che ora trova ampio seguito nelle frange estreme dell’ultradestra violenta ed eversiva, e non solo in Europa. È quella visione apocalittica e distopica che, fra gli altri vaniloqui, parla di un Occidente oggetto di un genocidio della razza bianca (come teorizzato da David E. Lane, fra i più famosi esponenti americani del suprematismo bianco) attraverso anche una cospirazione da parte di élite politiche in crisi e di quelle finanziarie (con l’immancabile riferimento a lobby ebraiche) che, a tal fine, utilizzerebbero l’immigrazione di massa di neri, musulmani e asiatici, e spirata da quel Grand remplacement (di cui lo scrittore e attivista francese Renaud Camus è considerato teorizzatore) che è diventato testo di riferimento per l’ultradestra xenofoba e violenta in Europa. Si tratta di una dottrina non dissimile a quella che, negli Stati Uniti, fa riferimento ai Turner Diaries del neo-nazista Luther Pierce che ha ispirato oltre 200 omicidi nei 40 attacchi terroristici e crimini di odio perpetrati dalla loro pubblicazione nel 1978. Argomenti che si sono aggiunti alla teoria cospirativa del grand remplacement e hanno finito per alimentare anche la convinzione che l’origine di tutti i mali sofferti dalla razza bianca sia da ricercare nel crescente femminismo, considerato al pari di un cancro, nei matrimoni misti, o nell’arrivo dei ‘neri’ e dei ‘mulatti’, con il relativo declino dei tassi di crescita dei ‘bianchi’ nel mondo occidentale. Sulla base di queste esternazioni complottiste e di fronte alla minaccia dell’estinzione dell’identità bianca, quindi, colpire ed uccidere i nemici, come gli immigrati oppure anche i propri connazionali di idee democratiche, aperti quindi all’accoglienza e al multiculturalismo – come i giovani laburisti massacrati da Breivik a Utøya – è l’unica ed efficace risposta. Da qui la chiamata ad una ‘jihad bianca’ e a stragi come Utøya, giustificata come un ‘attacco preventivo per difendere i norvegesi di razza’. Perché anche a questo siamo ormai arrivati, e la jihad bianca è un fenomeno piuttosto ampio, per cui temuto e che, come analisti di counter-terrorism analizziamo non solo in Europa. Non bisogna affatto minimizzarlo solo perché gli atti criminosi sono (per fortuna) limitati, perché la contrapposizione violenta, e non solo verbale, fra estremismi, jihadista e dell’ultradestra, a cui si associa ormai ovunque in Occidente una polarizzazione della politica rappresentativa, può portare, nel breve periodo, a frizioni sociali non di poco conto, e nel lungo periodo a stravolgimenti politici epocali. Al momento i fatti di sangue sono appunto limitati, ma si sta registrando un’accelerazione. Perché Breivik, appunto, ha fatto scuola, e lo testimonia il proliferare di copycat, emulatori stragisti e lupi solitari, legati all’estremismo violento xenofobo, islamofobo e antisemita, che si sono ispirati al suo modus operandi (video-manifesto, armi automatiche e autobombe) e a quei principi di quella letteratura vista sopra, riportati nella dottrina espressa chiaramente nel suo “2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza”, seppur non così originale nelle sue esternazioni. Già nel 2012 Adam Lamza, nel rivendicare la sua strage in una scuola elementare in Connecticut, citava Breivik; così i più recenti Bennet Tarrant per quella di Christchurch in Nuova Zelanda, gli americani John Earnst per quella di Poway e Patrick Crusius a El Paso, sino a Tobias Rathjen e il suo massacro ad Hanau, in Germania, tutti consumati negli ultimi due anni, e tutti con riferimento e ‘sacro’ rispetto proprio a Breivik. Perché per l’estrema destra violenta ed eversiva, il lupo solitario alla Breivik è solitamente più portato a cercare di esternare le sue convinzioni a fatto avvenuto, sovente trasformandosi, appunto, in un ‘predicatore’, in un ‘testimone’ di estremismo ideologico e diventando più che un suicida-martire – proprio invece del jihadismo – un ‘santo’ votato ad una causa. Ecco perché nella stessa iconografia che caratterizza la propaganda e la letteratura dell’estremismo alla Breivik e compagni, costoro hanno un vero e proprio alone di santità e i loro seguaci si definiscono addirittura ‘discepoli’. Breivik è quindi anche un ‘testimone’ a cui si deve sacro rispetto, perché ha voluto sopravvivere al suo atto criminoso e sopportare una lunga detenzione per ‘dare l’esempio agli altri’, laddove l’atto di sangue è solo l’occasione per un lungo processo penale, e il tribunale è il palcoscenico in cui interpretare anche la parte di divulgatore di un’ideologia estrema. E Breivik è diventato così, per quell’ultradestra violenta ed eversiva, un ‘santo’, un ‘predicatore’ sino ad essere un ‘martire’, secondo il suo significato dal greco μάρτυς di ‘testimone’ appunto, senza pentimento, non abiurando quindi il suo credo, proprio come i primi martiri cristiani. E non è un caso che Breivik si definisca anche ‘salvatore del cristianesimo’ e ‘fondamentalista cristiano’. Anche qui si tratta di similitudini con il più noto delirio jihadista perché in fondo gli estremismi sono molto più affini strategicamente di quanto si sia portati a credere ad un’analisi superficiale. C’è quindi molto nel ricordare quella strage, in Oslo e nell’isola di Utøya, di dieci anni fa. Se all’apparenza sembrava un atto di un folle, che poi non è risultato tale – ed è un fatto ricorrente anche nei jihadisti dove la percentuale di malati di mente è pari a quella dei criminali comuni – di fatto Breivik è l’esternazione violenta e sanguinaria di una degenerazione di valori che trova i suoi fondamenti nella polarizzazione della politica rappresentativa tradizionale, non in grado di affrontare con la preminenza dell’etica sulla politica e soprattutto sull’economia, i grandi turbamenti dell’era della globalizzazione, come l’immigrazione, ad esempio, e che diventa così vittima di grandi contraddizioni. E la grande sfida è data ora dagli estremismi ideologici ed eversivi, del jihadismo come dell’ultradestra alla quale Breivik appartiene, e che stanno mettendo a dura prova lo Stato liberale e di diritto in Europa, come in gran parte oramai del mondo democratico.

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