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Didattica a distanza: un’esperienza da non abbandonare

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi |


Bisogna far tesoro delle esperienze acquisite nel fronteggiare la pandemia anche se la voglia di tornare alla normalità induce tutti a voler ripristinare la situazione precedente. Però nessuna restaurazione è mai riuscita a riportare indietro le lancette della storia, anche se l’ipotesi può sembrare rassicurante.

L’entusiasmo per il rallentamento della virulenza della pandemia non può distogliere lo sguardo dalla realtà. Anzi. Le maggiori disponibilità finanziarie offerte dal PNRR devono permette di sfruttare le nuove conoscenze per permettere un salto di qualità, partendo dall’analisi dei vantaggi e degli svantaggi che gli strumenti adottati nei periodi di lockdown possono offrire ad una società più moderna e rispondente ai tempi, partendo dall’elemento fondante costituito dalla formazione. Istruzione e apprendimento informatici, i ritardi dell’Italia

Se prendiamo in considerazione le classifiche sulle migliori facoltà a livello mondiale, quelle italiane non si trovano ai primi posti, così come se confrontiamo le statistiche sulla capacità di collegare la scuola con il mondo del lavoro di certo non brilliamo. Ed anche sulla capacità di utilizzare l’informatica nei programmi formativi la situazione è imbarazzante. Inevitabilmente ci si pone la domanda sul perché, dopo aver discusso per mesi sulle rotelline ai banchi, ora non si rifletta sulle possibilità di migliorare le tecniche di insegnamento. L’uso degli strumenti informatici per supportare la formazione era un fattore già molto sviluppato in molti Paesi occidentali prima del lock down. L’Italia invece versava e versa in un grave ritardo nell’alfabetizzazione informatica e così, allo scoppio della pandemia, si è dovuto affrontare situazioni impreviste cui eravamo meno attrezzati dei nostri competitor, sia culturalmente che tecnologicamente (molte famiglie non disponevano di un computer e molti docenti non erano preparati ad affrontare lezioni da remoto. Sovviene alla mente Adriano Olivetti che cominciò a produrre macchine da scrivere quando ancora la maggioranza della popolazione italiana era analfabeta: ora che l’informatizzazione è dovuta entrare nei programmi d’insegnamento, si vuole tornare indietro per il mantra che bisogna far ripartire la scuola in presenza, senza chiedersi quando questa risulti la soluzione più performante, dimenticandosi di tutte le altre opportunità e trascurando i dati sui contagi rilevati tra gli studenti (con la conseguente messa in quarantena di molte classi) ed i disagi dei soggetti coinvolti. Lavoratori studenti, la categoria più bistrattata

SLa possibilità di seguire corsi, o parti di questi, tramite modalità in remoto permette ad una platea di soggetti di acculturarsi e conseguire maggiore professionalità (il diritto allo studio è sancito dalla Costituzione e dovrebbe essere un dovere del sistema cercare di allargare le possibilità a tutti). Non sono pochi i soggetti che, con i disagi imposti dalle regole del lockdown, hanno difficoltà a seguire i corsi scolastici e molti sono stati indotti a lasciare (fenomeno preoccupante, considerato che storicamente la percentuali di abbandono degli studi da parte degli studenti italiani è tra le più alte in Europa). Per scaglionare gli ingressi, molti genitori devono adeguarsi a orari disagiati (un figlio deve entrare in aula alle 8,00, l’altro alle 9,00); per accedere alla scuola bisogna sottostare prassi burocratiche, sicuramente utili per limitare la diffusione del virus, ma che comportano un ulteriore appesantimento burocratico e nessuno si pone la domanda di come agevolare l’accesso agli studi (come per qualsiasi altra pratica amministrativa, in Italia, il tempo da dedicare è, secondo le statistiche dell’Eurobarometro della Comunità Europea, mediamente superiore). I continui cambi di impostazioni danneggiano, in particolare, gli studenti lavoratori che non riescono più ad organizzarsi con gli impegni di lavoro, rendendo difficile la possibilità di usufruire delle 150 ore, previste per i lavoratori. Nello specifico del mondo sanitario, molti professionisti sanitari si sono visti costretti a lavorare per carenza di personale (cui si sono aggiunte le assenze dei no vax e non possono assentarsi). Chi poi ha appena iniziato un nuovo lavoro difficilmente può chiedere il permesso per assentarsi. Sicuramente far ripartire la scuola vuol dire far ripartire il sistema paese, ma per raggiungere questo risultato non si devono fare vittime inutili e soprattutto si deve ricercare la migliore soluzione, non inseguire un dogma. Se poi le classi che saranno messe in quarantena dovessero crescere di numero (così come limitare lo smart working in attesa di qualche legge o di qualche decreto attuativo), allora l’imperativo della scuola in presenza, o del lavoro, assumono più l’aspetto di un atteggiamento ieratico (che mette a rischio la salute delle persone) che non una scelta funzionale alle necessità.

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