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De Mita, intellettuale scomodo dalla lucidità fuori moda

di Emanuele Davide Ruffino e Giancarlo Buffo|


Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato all’ultimo saluto reso a Ciriaco De Mita, uno dei protagonisti della vita politica del nostro Paese, che si spento a 94 anni nella sua Nusco, in provincia di Avellino, di cui era sindaco dal 2014. Nella Basilica di Sant’Amato una folla commossa ha reso omaggio a un simbolo della Democrazia Cristiana e della politica italiana della cosiddetta Prima Repubblica, presidente del Consiglio, più volte ministro, europarlamentare, segretario e poi presidente della Dc. Un percorso politico iniziatosi subito dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita alla Cattolica di Milano, aderendo alla “Sinistra di base” della Dc.

Ironico e auto ironico, critico e autocritico: qualità accentuate dal suo inconfondibile accento. Questo era anche Ciriaco De Mita. Ed era capace anche di sorprendere, se si vuole di sparigliare, seguendo schemi a lui cari nel gioco delle carte, unico diversivo ludico che si concedeva dalla politica. In un Congresso democristiano, promosso dalla corrente dorotea (per l’occasione ribattezzata sheratoniana, richiamando l’hotel che l’ospitava) prese in contropiede tutti, spiazzando l’uditorio: “Voi so che non volete processarmi, ed allora mi processo direttamente io”. La forza della riflessione ha accompagnato De Mita per tutta la vita e forse ha contribuito in qualche misura a costruire attorno a lui quell’alone di intellettualità caro ai media, meno al diretto interessato, che avrebbe probabilmente preferito un appellativo che gli riconoscesse la capacità pratica di interpretare i problemi della realtà contemporanea. Negli anni Ottanta, in una cena con il leader dell’Unione Sovietica, Gorbaciov, non si sottrasse al piacere di canticchiare alcune arie napoletane, ma quando si entrò nel “vivo” della discussione mise subito sotto la lente di ingrandimento i punti chiave della politica estera italiana e il ruolo dell’Italia nella distensione che si profilava tra l’Occidente e il blocco comunista. L’uomo venuto da Nusco

Aveva mani grandi e forti. E con quelle mani, Ciriaco De Mita dava l’impressione di voler catturare la storia del Meridione e di interpretare il riscatto della gente del Sud che era anche il suo, figlio di un sarto e di una casalinga di Nusco, un minuscolo e altrettanto sconosciuto centro dell’Irpinia, di cui ne andò sempre fiero, diventando sindaco con un voto plebiscitario a 86 anni. Partendo da Nusco, poche migliaia di anime, divenne l’uomo più potente d’Italia, presidente del Consiglio e numero uno della Democrazia Cristiana, all’epoca il partito di maggioranza relativa. Ma in democrazia non basta però essere l’uomo più potente per governare. È necessario il consenso degli alleati (in quegli anni, partito socialista) e un corretto rapporto con le opposizioni (il Pci). Paradossalmente, De Mita stabilì più il secondo, che riscuotere il primo. Ma il socialista Craxi non era un animale politico facile. Anzi. A dividerli vi erano, non in ordine d’importanza, l’estrazione sociale, la latitudine, una rivalità epidermica e l’approccio alla politica delle riforme, in Italia storicamente esaltata sul piano dell’immagine, defraudata sul quello della sostanza. Una ricostruzione storica

L’eredità di De Mita, comunque, va ben oltre i suoi scontri con Craxi, ripresi dall’informazione per la quale i giornali fa sempre notizia i contrasti di ieri come quelli di oggi. Alcuni “cavalli di razza” della politica italiana vengono oggi rivisitati per rilanciare analisi retrospettive, utili per capire l’evolversi degli eventi passati e presenti. Nel caso di De Mita è doveroso ricordare che fu lui a convincere il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a partecipare attivamente alla vita politica, come già fece suo padre Bernardo (ministro dell’Agricoltura nei governi presieduti da De Gasperi) e suo fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia barbaramente ucciso da Cosa Nostra, nominandolo commissario della DC a Palermo e proponendo Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio, al vertice dell’IRI. Con De Mita, la sinistra democristiana, erede delle tradizione di La Pira, Dossetti e Moro, cercò di dare una visione progressista alla gestione della cosa pubblica con ampie aperture al popolarismo, quale risposta alle nascenti esigenze del Paese che, superata la contrapposizione lavoro-capitale, studiava nuovi paradigmi. Ma non fu capito o, forse, non fu aiutato. Osservando la sua storia politica non può non colpire come, da uomo fedele ai valori della sinistra democristiana e a tutto ciò che questa ha rappresentato nella storia, si trovò costretto a passare a formazioni di centro destra. Non fu tanto una scelta politica quanto la conseguenza di una forma di ostracismo verso la sua persona. Probabilmente non andava più di moda e quindi bisognava allontanarlo, invertendo quelli che erano i parametri della politica (quella con la P maiuscola) dove a contare erano soprattutto le idee e non l’immagine delle persone. Un limite denunciato ancora di recente da De Mita. Un limite in cui la nostra politica oggi sguazza e si avvita alla ricerca di visibilità estrema, penalizzando i ragionamenti e la coerenza politica, schiava o serva di sondaggi estemporanei il cui valore si esprime per qualche voto in più e tante idee in meno.

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