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Dalle dichiarazioni avventate alle minacce nucleari: parole in libertà che non fanno la storia

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi

 


Probabilmente alla nostra società piacciono i messaggi estremi e così in questi giorni si sente parlare di minacce nucleari, di invio di truppe al fronte (Macron in Ucraina, Putin anche ai confini della Finlandia e verso quasi tutte le repubbliche ex Unione Sovietica) e, per contro, di alzare bandiere bianche di fronte all’aggressore. Le reazioni, quanto le controreazioni lasciano ancor più perplessi su come i potenti del mondo intendono gestire il futuro e su quali sono le reali finalità, in una logica di filosofia della storia.

 

Nel cercare d’individuare un significato e un fine alla storia contemporanea ci si rende conto di come sia necessario fare un po’ di pulizia dai troppi slogan urlati non solo più nelle piazze. Per ritrovare un ragionamento compiuto su ciò che la storia può insegnare bisogna andare indietro nel tempo, ai Processi di Norimberga dove, non solo si rilevarono in modo inequivocabile i crimini commessi contro gli ebrei e gli oppositori ai nazisti, ma si posero le basi per la bioetica moderna, in quanto ci si interrogò sui limiti che il comportamento umano doveva assumere davanti alla possibilità di effettuare sperimentazioni mediche (giustificate come ricerche scientifiche). Dopo quelle drammatiche esperienze, l’ONU ha predisposto la Corte internazionale di Giustizia, nota come il Tribunale Internazionale dell'Aia, chiamata anche a perseguire singole persone accusate di crimini internazionali, come genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra.


Qualche punto interrogativo sulle scelte vaticane

Scrivere la storia richiede però una visione più ampia e completa del formalismo giuridico che, nel seguire il contingente, tenta di portare a processo alcune situazioni storiche, ignorandone altre.

Troppe sedi si ergono a tribunale: dai cortei (che impediscono di parlare al direttore di Repubblica Maurizio Molinari all’Università Federico II), ai social (dove prevalgono insulti di ogni genere), con verità che, sempre più, sembrano essere appanaggio di posizioni precostituite e non certo funzionali per allentare le tensioni. A stupire è come questo gioco abbia coinvolto anche il Vaticano, con dichiarazioni che negli ultimi anni sono risultate tra loro in contrasto e con altrettanti silenzi omissivi, specie in riferimento all’Ucraina, con un’ossessiva richiesta di pace, mantenendo però rapporti fin troppo cordiali con Kirill, patriarca di Mosca, amicissimo di Putin.

Qualsiasi persona sana di mente anela la pace e ha l’obbligo di lavorare per realizzarla, ma non si può non ricordare il Mahatma Gandhi quando diceva che il miglior modo di mettersi d’accordo con la tigre è quello di lasciarsi sbranare. È ancora troppo recente quanto successo a Naval’nyj (e al suo braccio destro aggredito a martellate in Lituania o dei morti sospetti in tutta la Russia) o l'elevato numero di donne iraniane incarcerate perché non indossavano correttamente il velo, per non rendersi conto che l’amore per la libertà è ancora forte e non intende alzare bandiera bianca, slogan impropriamente pronunciato e ancor più impropriamente strumentalizzato da tutte le parti (ma quando si pronunciano certe frasi con una guerra in corso e non si è mai preso una posizione netta, le strumentalizzazioni sono inevitabili). Ed ora viene da chiedersi se anche i finlandesi, di fronte alla minaccia delle truppe russe ammassate al confine, devono già alzare bandiera bianca. La storia però viene loro in soccorso e il richiamo al 1939 è più che vivo.

 

La metanalisi delle dichiarazioni

La contemporaneità dei fatti rende difficile un’analisi storica degli attuali eventi che selezioni e permetta di gerarchizzare cosa è effettivamente degno di rilievo, sia a livello individuale che collettivo, per interpretare la realtà. Non essendo dotati di una memoria infinita (neanche se supportati da capaci computer) e, men che meno, da un’intelligenza superiore (all’intelligenza artificiale non si può chiedere di scrivere la storia al posto nostro) corre il compito di approfondire l’analisi, cercando di superare posizioni manichee, non per evitare di urtare qualche sensibilità, ma perché la verità è frutto di lunghe analisi, dove nessuno è senza peccato.

Se avessimo il tempo di soffermarci su cosa abbia realmente condizionato la nostra vita, su quanto avvenuto in un mese o in un anno preso a caso nel passato, probabilmente scriveremmo tutta un’altra scala dei valori, rispetto a quella dipinta dai mass media dell’epoca (e forse proprio questo è il senso della storia). La sensazione è che, negli ultimi tempi, causa anche l’eccesso di informazioni fornite e la non controllabilità delle stesse, prevalga, a tutti i livelli, una percezione immediata dei fatti, come un puro aggregato di episodi, senza più una mediazione della ragione che comporterebbe analisi, riflessioni e capacità di sintesi.

 

La dominanza dell’irrilevante

Il tentativo di attribuire un significato ultimo all’incessante susseguirsi, sempre più tumultuoso di eventi (o forse è la nostra società che subisce lo scorrere degli accadimenti ad un ritmo tale da non coglierne il significato) porta a dover riconsiderare ogni episodio, per non dire ogni frase pronunciata da un opinion leader, scorporata dal contingente, ma inserito in un movimento storico, da cui è influenzato, ma che nello stesso tempo riesce ad influenzare. L’attuale situazione è dettata dalla sommatoria di tutti i fattori accaduti nel passato, ma difficili da selezionare per rilevanza, in quanto infiniti possono essere i criteri adottati e adottabili che le diverse scuole di pensiero hanno posto in essere.

Gareggiare nel ricoprire questo ruolo, oltre alla storiografia, sono più discipline e, in primis, la politica (cui spetterebbe il primato di decidere sullo sviluppo della società), seguita dall’economia (che spiega l’evolversi dei fenomeni in base agli interessi che si vengono a concretizzare in capo alle popolazioni e ai gruppi di potere in grado di influenzare la ricchezza delle popolazioni) e dalla filosofia che, dai classici come Erodoto (che hanno spiegato la storia, ispirandosi al movimento ripetitivo degli astri, come un ripetersi ciclico dell’agire degli uomini), fino a Voltaire (che lancia l'idea di una storia laica, determinata dall'agire degli uomini) e a Hegel che, quasi in termini organicistici, ha cercato di dimostrare come la storia sia dettata della ragione e che l’evoluzione degli avvenimenti sia conseguenza di procedere dialettico che porta ad una visione globale e onnicomprensiva dell'intera storia dell'umanità. 

L’esasperazione delle interpretazioni e la ricerca della polemica non aiuta a capire la storia contemporanea: sicuramente gli attacchi alle posizioni avverse con accuse uguali e reciproche (Putin fa la guerra agli ucraini perché vuole de-nazificare l’area e a sua volta gli ucraini considerano fascista il regime russo) serve per aizzare le folle e aiuta a serrare i ranghi, così come semplicistico è parlare di un passaggio, dal cattocomunismo, al musulmancomunismo, mettendo in opposizione una visione terzomondista, alla tradizione cristiano-occidentale. 


Ridiamo valore alla coscienza del singolo

Al di là dei processi che la storia dovrà predisporre per evidenziare tutti i massacri che si sono compiuti in ogni tempo (e si spera meno lunghi di quello sviluppatosi per riconoscere il massacro degli armeni che dura ormai da più di un secolo ed è ancora negato dai turchi), occorre domandarsi se l’autodeterminazione dei popoli e la libertà di ogni singolo essere vivente rappresenti ancora un obiettivo da perseguire oppure può essere sacrificato sull’ara della pace a ogni costo. Così come dubbi etici sollevano le trattative dove si scambiano decine di persone in cambio di una sola, in quanto non si rispetta il principio che ogni individuo rappresenta un valore assoluto da difendere (se il pragmatismo della diplomazia può accettare detti scambi, meno spiegabile se ciò viene proposto da chi, dogmaticamente, ritiene che, in quanto figli di Dio, ogni soggetto è unico e rappresenta un valore assoluto).

Il problema, prima ancora che politico-diplomatico, coinvolge la coscienza dei singoli, facilitata quando si tratta di enunciare buonisti a buon mercato, riecheggiando le frasi fatte dire alle candidate ai concorsi di bellezza per aggraziarsi i consensi: più articolato quando si tratta di operare scelte che possono compromettere il futuro di intere collettività. Ognuno di noi sarà prima o poi costretto a chiedersi fino a che punto è disposto a fare sacrifici e a rinunciare alle comodità di essere un cittadino occidentale, per aiutare chi è privato di ogni diritto in qualche parte del mondo oppure ripararsi dietro qualche comodo slogan, pretendendo che gli altri si adeguino, per incanto, a comportamenti virtuosi.

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