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“Dalla paura all’odio”: la strage di bambini in Texas

di Vice|


Prima ha ferito la nonna. Poi, Salvador Ramos, diciotto anni, dipendente della catena di ristoranti americana da Wendy’s, ha indossato un giubbotto antiproiettile, si è armato di fucile e ha scatenato l’inferno in una scuola elementare di Uvalde, una cittadina con poco più di 15mila abitanti del Texas meridionale. Bilancio: diciannove bambini e due adulti morti.

A una decina di giorni dopo il massacro suprematista di Buffalo, nello Stato di New York, ad opera di un altro diciottenne,l’America riscopre i suoi fantasmi per l’uso spregiudicato e incontrollato delle armi, un possesso previsto dal Secondo Emendamento (il diritto del popolo a possedere armi da fuoco). Ma la ragione, nonostante l’accorato appello del presidente Biden e dell’ex presidente Obama per fermare il potere delle lobby delle armi, stenta a farsi largo. Addirittura, c’è chi ha suggerito, sulle immagini dei cadaveri ancora caldi dei bambini di Uvalde, di armare gli insegnanti all’interno delle scuole. Follia parolaia. Nel caso in cui, legge dei grandi numeri, a sparare sarà un insegnante, si chiederà allora di consegnare fucili mitragliatori e pistole semiautomatiche anche ai bambini? Lo sconcerto dell’America è profondamente culturale. Dall’inizio dell’anno si sono registrate più di 200 sparatorie di massa negli Usa. In nome di principi che non collimano più in alcun modo né con la realtà della nazione più potente e ricca del mondo, né con la libertà individuale, l’America sta smarrendo la bussola di Paese democratico. Del resto, lo stesso presidente Biden non educa forse le nuove generazioni a risolvere le controversie internazionali con le armi, con prove muscolari, senza mai spendere una parola per raffreddare le tensioni e far prevalere la negoziazione e la diplomazia?

Da un altro angolo di visuale, il pluriomicida di Uvalde ci riporta alle pagine dell’ultimo libro di Germana Tappero Merlo “Dalla paura all’odio, terrorismo, estremismo e cospirazionismo” (Tangram editore) che ci ha offerto lo spunto del titolo. In oltre trecento pagine, l’autrice, consulente su “Sicurezza e terrorismo” presso organismi istituzionali e società di sicurezza private in Italia e all’estero, analizza i fenomeni globali legati all’azione jihadista e all’ultradestra violenta americana e non, ai suoi punti di contatto, alle parole chiave per comprendere la forza stessa del radicalismo islamico e dell’eversione terroristica. Una su tutte prevale, sempre e comunque, a qualunque latitudine: risentimento (pagina 193). Il risentimento “di chi si sente sottrarre qualcosa di cui ha diritto da uno che non ne ha affatto perché è un estraneo; da cui la paura di essere invasi da costoro, che porta all’odio verso il pluralismo, nel nome del quale, invece, si accettano, senza compromessi, la diversità e l’alterità. Si arriva così a detestare gli estranei e chi è stato responsabile di aver permesso loro di violare la tranquilla quotidianità con l’accettazione di soggetti altri nella propria nazione”. Ciò che l’autrice descrive è equiparabile a uno stato mentale e sociale applicabile a gruppi come a singoli individui, a confessioni diverse, indipendentemente dal colore della pelle. Il meccanismo di partenogenesi è identico e si può diffondere con estrema rapidità se si vellicano o si suonano i “giusti” risentimenti: nel radicalismo islamico è l’invasione dell’Occidente con la pretesa di imporre modelli e forme di governo estranei alla storia, alla religione, alla cultura dei paesi musulmani; per i suprematisti bianchi è la presunta perdita di un’identità e dunque della loro egemonia nel mondo; per i reazionari di destra è il “fastidio” che produce il sistema parlamentare democratico. Potremmo continuare all’infinito per arrivare al risentimento individuale, spicciolo, modesto, forse come quello che ha agitato la mente di Salvador Ramos, per il quale l’unica soluzione “corrente” e necessaria al suo risentimento è stato l’uso del fucile. Non ci sono perché o, comunque, non li sapremo mai, sono morti con l’assassino. Ma sappiamo con certezza che i risentimenti, in una società diseguale e sperequativa sono destinati a moltiplicarsi. E con essi il livore generalizzato dell’individuo che oggi rischia di minare, e in proposito le pagine di Germana Tappero Merlo sono illuminanti, la coesistenza civile dell’Occidente, l’unica carta di credito che abbiamo creduto illimitata.

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