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Dal “Grande broglio” del Mauriziano al fallimento di una stagione politica

Aggiornamento: 18 ago 2022

di Anna Paschero


“A vent’anni esatti di distanza da quel 2002 che i protagonisti (letteralmente cacciati con ignominia dall’Ordine Mauriziano) definirono ne “La Trappola” annus horribilis, l’accordo approvato dalla Giunta regionale dovrebbe mettere una pietra tombale sulla storia. Ma non chiude il legittimo interrogativo se la vendita dei “gioielli di famiglia” fosse davvero l’unica strada per azzerare i debiti dell’Ordine e, nel caso di risposta affermativa, chi meglio se non l’antico consiglio di amministrazione sarebbe stato in grado di percorrerla. Nell’uno o nell’altro caso, lo Stato avrebbe risparmiato gli stipendi corrisposti ai commissari (in primis il prefetto di prima classe Anna Maria D’Ascenzo) ed esorbitanti costi per perseguire la via giudiziaria, ma soprattutto avrebbe risparmiato anni di polemiche volgari e accuse infamanti a chi aveva operato con onestà e trasparenza nell’interesse dei cittadini, dei piemontesi. Gli stessi piemontesi che ora sono chiamati a pagare il risarcimento di 11 milioni e mezzo di euro alla Fondazione Ordine Mauriziano.”



Una storia quella descritta nell’articolo pubblicato dalla Porta di vetro il 9 agosto scorso, [1] come altre, di mala gestione di danaro pubblico, ma non soltanto. All’interno si ravvisa, e si ravvisò all’epoca dei fatti, un discarico di responsabilità e di incapacità, di accuse infamanti verso persone oneste, finalizzato ad attribuire ad altri il proprio fallimento.


Alla Fondazione un risarcimento di oltre 11 milioni di euro


Colpe gravissime che hanno lasciato indenni i responsabili e che sono ricadute non solo su chi ha operato con onestà e trasparenza, ma anche sui cittadini piemontesi. Il risarcimento di 11 milioni e mezzo di euro nei confronti della Fondazione Ordine Mauriziano, che in ultimo i piemontesi sono chiamati a pagare, probabilmente scrive la parola fine alla brutta storia, ma lo farà formalmente. E a esserne consapevoli per primi sono soprattutto coloro che dalla storia sono stati coinvolti, trascinati loro malgrado in un turbinio di falsità perpetrate consapevolmente che ha lasciato profonde cicatrici nelle loro vite, anche a distanza di vent’anni.

Ma la disavventura finanziaria, raccontata nel “Il caso Mauriziano” e nelle testimonianze scritte che ne seguirono, non è un caso isolato nella storia della sanità piemontese. C’è un’altra storia che non ha fatto lo stesso rumore ma che, come quella dell’Ordine Mauriziano, rappresenta un uso distorto del potere politica e che deve essere da monito a chi, spesso inconsapevolmente, sceglie i propri rappresentanti nelle istituzioni repubblicane.


Lo "sprofondo rosso" nella sanità della giunta Cota


Riguarda i quattro anni di presidenza della Lega Nord alla Regione Piemonte governata da Roberto Cota dal 9 aprile 2010 al 9 giugno 2014, e le conseguenze che ne sono derivate in termini, questa volta, non di risarcimento nei confronti di qualcuno, ma di enormi costi fiscali che i cittadini piemontesi sono chiamati a sostenere per 30 anni, ovvero fino al 2043. Questi costi sono altissimi, molto più alti del risarcimento alla Fondazione Mauriziano: 266 milioni di euro all’anno in più di addizionale regionale, aggiuntiva all’aliquota di base statale, necessari a risanare i conti della sanità piemontese messi a dura prova dalla giunta Cota.

Che cosa sia successo nella sanità piemontese dal 2010 in avanti, è solo in parte noto. Su tutto ha sempre prevalso la cronaca: l’alternanza di tre assessori ed episodi ben poco edificanti sullo sfondo di un contesto economico finanziario che ha visto sempre più restringersi l’intervento pubblico a discapito, soprattutto, dei ceti più deboli.<br><br>Leggendo i dati del monitoraggio dei conti della sanità pubblicati sul sito del Ministero sappiamo che nel quadriennio 2010/2013 sono stati accumulati cospicui disavanzi, come successivamente sancito non solo da Moody’s, ma da giudici più imparziali: la sezione di controllo della Corte dei Conti e la Corte Costituzionale, con propria sentenza. Un disavanzo finanziario effettivo nel quadriennio sopra citato che superò i 9 miliardi di euro, pari a quasi un anno di spesa sanitaria della regione. Dato oggettivo accertato dalla Corte dei Conti del Piemonte.


I severi giudizi della Corte dei Conti del Piemonte


Tra l’altro, il bilancio previsionale del 2014 fu bocciato dai Revisori dei Conti a causa della previsione di entrate da mutui non contraibili per superamento del limite di legge; l’approvazione del rendiconto di gestione del 2013, dovuta per legge entro il 30 aprile e prima delle elezioni regionali, non fu redatto dalla Giunta uscente, ma fu approvato dalla nuova giunta di centro sinistra eletta solo il 14 novembre dello stesso anno.


Facciamo un passo indietro per ricordare che seppur con difficoltà la giunta di centro sinistra di Mercedes Bresso aveva, nel quinquennio precedente (2005/2010), affrontato le criticità ereditate dalla precedente amministrazione di centro destra (presidente Enzo Ghigo) riuscendo anche a ridurre, per le fasce più deboli, il peso della fiscalità regionale. Come risulta dai verbali dei tavoli tecnici istituiti presso il Ministero, i conti della Regione sono stati in ordine fino all’anno 2009.<br><br> Anzi, alla sanità piemontese vennero attribuite e versate maggiori risorse, nel quinquennio 2005/2009, rispetto a quelle nazionali per 1,7 miliardi di Euro. Nel 2007 venne innalzato il livello di reddito per beneficiare della aliquota minima dello 0,90% e nel 2008 venne introdotta una aliquota “agevolata” per la fascia di reddito dal 15.000 ai 22.000 Euro dell’ 1,20%, prima soggetta all’aliquota massima dell’ 1,40%.


Le "cambiali" dei piemontesi fino al 2043...


Dal 2014 l’aliquota minima passò all’1,62% e quella massima al 2,33% e dal 2015 quest’ultima salì al 3,33%, toccando alla nuova Giunta Regionale in carica (presidente Chiamparino) di provvedere al rialzo della tassazione regionale per finanziare il piano trentennale di rientro del disavanzo regionale del Piemonte, che applica come il Lazio e altre quattro regioni, l’aliquota più alta a livello nazionale.


A decorrere quindi dal 2015 è stata imposta ai piemontesi la maggiorazione di 2,1 punti percentuali all’addizionale regionale con una aliquota massima del 3,33% ancora maggiorabile dello 0,30% nel caso di mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio, con conseguente determinazione di un disavanzo sanitario, al fine di consentire “l’integrale copertura dei mancati obiettivi”. <br><br>Il gettito dell’addizionale regionale piemontese da 985 milioni di euro del 2011 aumentò a 1.251 milioni del 2015. Più di 266 milioni all’anno di maggiore tassazione, per fronteggiare il disastro dei conti regionali, soldi che stanno già pagando e pagheranno i contribuenti piemontesi fino al 2043.


Anche in quell’occasione, maldestramente, gli autori del disastro finanziario cercarono di addossare ad altri la loro irresponsabilità e incapacità di governo dei soldi pubblici, soprattutto nel corso della campagna elettorale del 2014 per il rinnovo del consiglio regionale del Piemonte, lasciando poi ai nuovi eletti il compito di fronteggiare gravi emergenze che non sono state irrilevanti nella realizzazione di politiche di sviluppo e di rilancio dell’economia regionale negli anni successivi.


Note


[1] Vice, Caso Mauriziano: era tutto maledettamente vero, in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/08/model_vice9.pdf


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