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Dai funerali di Stato per Mladić all'ascolto delle ferite in Kosovo: cronaca di una lontana esperienza

Aggiornamento: 4 giorni fa

di Maria Teresa Fenoglio


@Paolo Siccardi
@Paolo Siccardi

Le preoccupazioni espresse sul Kosovo da Antonio Nicolosi, dal suo vertice di osservazione, carabiniere e sindacalista dell'Arma, mentre la Serbia insiste per i funerali di Stato al criminale Ratko Mladić[1], mi ha riportato ai miei vissuti in quella terra, all'inizio degli anni Duemila, al termine della guerra tra gli stati della ex Jugoslavia. Di professione psicologa sociale e dell’emergenza, mi sono occupata delle ferite che le catastrofi collettive lasciano non soltanto nelle persone, ma nei legami, nelle istituzioni e nell’immagine che una comunità ha di sé. E ho chiamato trauma psicopolitico quella sofferenza nella quale la biografia individuale non può essere separata dalla storia, dai rapporti di potere e dalla distruzione del mondo condiviso.

Fu con questa esperienza, ma anche con difese di cui allora non ero consapevole, che nel giugno 2002 arrivai a Prizren, nella terra che la maggioranza albanese chiama Kosova. La Caritas italiana mi aveva invitata a condurre un seminario per operatori kosovari e italiani impegnati in un progetto rivolto ai reduci delle prigioni-lager serbe. Gli intervistatori raccoglievano testimonianze di detenzione politica, torture e trattamenti crudeli e degradanti. Il progetto intendeva documentare le violazioni dei diritti umani per il Tribunale dell’Aja, ma anche offrire sostegno psicologico, sociale e materiale alle vittime e alle loro famiglie. La formazione si svolgeva mentre le interviste erano già in corso, sulla base di un questionario preparato da un gruppo di sociologi. Nessuno, però, aveva previsto l’impatto emotivo di quel lavoro.

Ogni giorno gli operatori entravano in contatto con racconti agghiaccianti. Tornavano stremati, invasi da immagini, rabbia, impotenza e dolore. Alcuni non riuscivano più a prendere distanza; altri si proteggevano irrigidendosi nel compito. Stavano attraversando ciò che oggi definiremmo trauma vicario: la trasformazione che può prodursi in chi ascolta ripetutamente la sofferenza estrema degli altri. Gli operatori Non erano stati torturati, ma quelle torture cominciavano ad abitare anche la loro vita interiore.


La fatica di chi ascolta

Il trauma può trasmettersi attraverso il “semplice” ascolto, quando il confine fra la storia dell’altro e la propria diventa permeabile. Può manifestarsi con insonnia, irritabilità, anestesia emotiva, immagini intrusive, bisogno di evitare nuovi racconti o, al contrario, con un attivismo senza tregua. Chi aiuta può sentirsi colpevole perché la sera torna a casa; può fantasticare di salvare tutti oppure ridurre la persona a una scheda, per non esserne travolto.

Nel Kosova gli intervistatori ascoltavano propri connazionali coinvolti nel feroce conflitto con i serbi. Le testimonianze riattivavano un dolore che apparteneva anche a loro: rabbia, umiliazione, desiderio di riscatto, senso di impotenza. La formazione non poteva quindi essere una lezione aggiunta a giornate già insopportabili. Doveva diventare un luogo nel quale le emozioni ricevute potessero essere condivise e trasformate. Io ero arrivata con materiali già predisposti. Conoscevo la teoria del trauma e avevo un programma razionale, ordinato, ma pensato altrove. Tra me e gli operatori si creò presto un’impasse. Le parole erano corrette, ma non raggiungevano ciò che il gruppo stava vivendo. Senza rendermene conto, occupavo la posizione dell’esperta occidentale che arriva con gli strumenti da consegnare a chi dovrebbe apprenderli. Quella divisione fra chi sa e chi ha bisogno di sapere riproduceva, sia pure in forma attenuata, una delle asimmetrie proprie dell’intervento internazionale.


Un libro nella vetrina di Prizren

Cercavo di avvicinarmi alla tragedia del Kosova, ma una parte di me continuava a tenerla a distanza. La svolta arrivò quasi per caso. Mentre camminavo da sola per Prizren, assorbita e frastornata dai relitti di tradizioni scomparse (un artigiano, un forno) e la percezione di un doppio ordine di accadimenti, quello invadente delle truppe ONU e sotto traccia dei traffici inquietanti di sostanze ed esseri umani, nella vetrina di una minuscola libreria scorsi un libro in inglese: Refugee in New H(e)aven, di Ganimete Myftiu. Il titolo giocava sul nome della città americana di New Haven: l’inserimento di una “e” trasformava il rifugio geografico in un rifugio sotto un nuovo cielo. Comprai il libro e lo lessi in una notte.

Era il racconto intenso di una profuga kosovara trasferita negli Stati Uniti, ma era anche un libro corale. Myftiu intrecciava la propria vicenda con quella del suo psicoanalista, Dori Laub, sopravvissuto alla Shoah, e con le storie di rifugiati afghani, serbi, kenioti e calabresi incontrati nel Connecticut. Cercava nelle loro vite la conferma di un’esperienza comune: la perdita della casa, dell’identità e della nazione e, quando era possibile, la conquista di una nuova forma diappartenenza.

Quella lettura fece ciò che il mio programma non era riuscito a fare. Ganimete mi condusse dentro il

dolore dei singoli e, insieme, dentro quello di un’intera nazione. Compresi che, prima di chiedere agli operatori di ascoltare, dovevo lasciarmi raggiungere io stessa. Non bastava applicare al Kosova un sapere sul trauma: bisognava permettere al Kosova di modificare quel sapere e la mia stessaposizione. La crisi del seminario smise così di essere un ostacolo. Divenne l’inizio della formazione reale.

«Non essere ascoltati porta alla follia»

La mattina seguente tornai dal libraio e gli domandai se conoscesse l’autrice. Mi diede il suo numero di cellulare. Ganimete era rientrata da poco nel Kosova, “una delle sue patrie”, eppure vi si sentiva ancora ospite. Tre anni prima era stata una fra circa un milione di persone costrette alla fuga e una dei ventimila kosovari trasferiti dalla Macedonia negli Stati Uniti. Ora, nella patria ritrovata, aveva cambiato indirizzo, telefono ed e-mail. Si sentiva abbandonata e dispersa, come se avesse perduto il

proprio strumento di navigazione.

La telefonata di una lettrice sconosciuta la raggiunse in quel silenzio. Scriverà in seguito che sapere che qualcuno aveva trovato la sua “nuova mappa” e il suo nuovo numero produsse una scossa nel suo isolamento. Ci incontrammo poco prima della mia partenza. Fu un incontro breve, illuminante e molto coinvolgente. Rimanemmo poi in contatto, anche attraverso drammatiche telefonate nel cuore della notte, nelle quali la sua vicenda personale appariva inseparabile da quella collettiva.

Nel libro Ganimete riportava una frase che Dori Laub le aveva detto a New Haven nel luglio 2001: «Non essere ascoltati porta alla follia». L’ascolto autentico non è una raccolta di informazioni. È il riconoscimento dell’esistenza dell’altro. Chi ha subito una violenza intenzionale ha incontrato qualcuno che voleva annullarne la soggettività. Se il suo racconto viene negato, manipolato o trasformato in materiale anonimo, quell’annullamento rischia di ripetersi. Un ascoltatore credibile offre invece una presenza grazie alla quale l’esperienza può cominciare a essere pensata, narrata e ricollocata nella propria vita.

Ganimete poneva domande ancora più scomode: in un’industria di voci e messaggi, come distinguere un pianto vero? Come ascoltare il silenzio? Quelle domande riguardavano direttamente il mondo degli interventi internazionali. L’apparato umanitario poteva produrre innumerevoli discorsi sulle vittime senza ascoltarle davvero. Poteva definirle attraverso categorie già stabilite e trasformarle in oggetti utili ai finanziamenti, ai protocolli e all’autoreferenzialità delle organizzazioni. Anche le migliori intenzioni rischiavano così di sottrarre nuovamente alle persone la possibilità di dire chi erano. Ganimete ci chiedeva di passare dall’ascolto come procedura all’ascolto come relazione eresponsabilità.


Alla scoperta del paese

Riorganizzai il percorso. Il gruppo non sarebbe più stato una classe alla quale trasmettere teorie, ma un laboratorio nel quale operatori kosovari e italiani potessero riconoscere la propria vulnerabilità. Cominciammo dalle rispettive genealogie familiari e dalle comunità di memoria. Il trauma spezza la continuità fra passato, presente e futuro: immobilizza nel tempo della violenza e rende difficile immaginare ciò che verrà. Ricostruire i legami fra le generazioni aiutava a ricordare che nessun reduce coincideva con la tortura subita.

Il gruppo divenne un luogo nel quale gli intervistatori potevano depositare le immagini ricevute e sottrarsi all’alternativa fra essere travolti e diventare insensibili. La reciprocità non cancellava le differenze fra kosovari e italiani, né confondeva la sofferenza delle vittime con quella di chi le ascoltava. Impediva però che qualcuno occupasse stabilmente il posto di chi dà e qualcun altro quello di chi riceve. Poi uscimmo dall’aula.

Gli operatori kosovari accompagnarono gli italiani a incontrare la comunità con una cinepresa e una macchina fotografica. Gli italiani andarono in luoghi che non avevano mai visitato; i kosovari tornarono dove non andavano da troppo tempo. Vennero ripresi i luoghi della resistenza, quelli della propria storia nazionale antica, i luoghi della gioventù e quelli dell’infanzia. La telecamera restituiva ciò che sembrava essersi perso. «Non sapevamo più che cos’era il Kosovo», dissero alcuni. Avevano lavorato a testa bassa, senza interruzione fra la guerra e la ricostruzione. Quel fare incessante era stato necessario, ma era diventato anche una protezione dal lutto: impediva il crollo, ma impediva anche di fermarsi, guardare e sentire.

Vedendo i reportage, gli italiani riconobbero di essersi concentrati sul “progetto” più che sul paese. La scarsa conoscenza della lingua e la vita separata degli espatriati non erano soltanto difficoltà pratiche: potevano essere difese dall’universo di morte e di dolore che li circondava. Isolandosi dall’angoscia, tuttavia, si isolavano anche dai segni di vita. La scoperta comune del territorio e il racconto corale restituirono qualcosa di essenziale: il diritto all’ordinarietà. Persino la richiesta di aiuto psicologico, che accolsi con sorpresa (non era una trauma!) per un normale problema di coppia assumeva un valore particolare. Dopo che la guerra ha occupato tutto, poter soffrire nuovamente per amore è già un modo di tornare vivi. Gli aiuti quasi mai vedono, oltre ai problemi, la vita che c’è già.


Una nazione resa estranea a sé stessa

Nel testo che in seguito le chiesi di scrivere, Ganimete definì il Kosova una nazione perduta e ancora da riguadagnare. La sua “mappa” non era soltanto geografica: era fatta di memoria, lingua, relazioni e appartenenza. Nata a Monastir, nell’attuale Macedonia del Nord, aveva imparato fin dall’infanzia che i confini politici non coincidono necessariamente con l’identità. L’albanese era, scriveva, il suo primo “software operativo”, il mezzo attraverso il quale aveva imparato a comprendere il mondo. Durante l’esilio era stata privata della nazionalità; dopo il ritorno doveva riconquistare il sentimento della casa in un paese amministrato dall’UNMIK e attraversato da centinaia di organizzazioni internazionali.

Il Kosova che incontrai era stato traumatizzato dalla guerra e dalla persecuzione, ma appariva anche alienato dagli interventi chiamati a soccorrerlo. La presenza internazionale offriva protezione, risorse e possibilità di ricostruzione, ma portava con sé un paradigma occidentale fatto di programmi, scadenze, standard e priorità decise altrove. Le persone rischiavano di diventare “beneficiari”, la sofferenza una voce nei formulari, il paese un insieme di progetti.

La memoria collettiva e la continuità storica venivano subordinate a una mappa disegnata da altri. Persino il futuro sembrava dover essere immaginato nel linguaggio delle organizzazioni internazionali. Il trauma psicopolitico riguarda anche questo: la possibilità di un popolo di darsi un nome, vedere riconosciuta la propria storia e immaginare autonomamente il futuro. La cura, allora, non può limitarsi a rendere gli individui nuovamente adattabili. Deve restituire loro la capacità di parlare e agire sul mondo che condividono.

L’incontro con Ganimete trasformò il mio modo di lavorare. Mi insegnò che comprendere richiede di rinunciare a una parte del proprio controllo e accettare di essere modificati dall’incontro. Gli intervistatori non potevano ascoltare i reduci se restavano soli con l’orrore. Gli operatori internazionali non potevano incontrare il Kosova finché lo osservavano soltanto attraverso i loro progetti. E una nazione non poteva ritrovare sé stessa se continuava a essere nominata, descritta e immaginata da altri.

Ascoltare significava interrompere questo annullamento: restituire un nome alla persona, una storia alla comunità e la possibilità di un futuro alla nazione.


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