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Da Netanyahu ai capi di Hamas: il sottile filo della responsabilità individuale

di Beppe Reburdo


Giorno 230 dall'attacco di Hamas. La vera e propria guerra che coinvolge Israele e il territorio palestinese di Gaza sta precipitando a livello di un vero e proprio eccidio del popolo palestinese a Gaza. L’incredibile e crudele incursione di Hamas del 7 ottobre 2023 con un migliaio di israeliani trucidati e centinaia di rapiti, seguito da una allucinante risposta militare israeliana che ha già ucciso più di 35 mila palestinesi di cui il 40 per cento di bambini, ha di fatto diviso le opinioni pubbliche, e in particolare i giovani che sostengono le ragioni dei palestinesi e i rispettivi governi che invece di fatto coprono l’irragionevole e immensamente sproporzionata reazione armata del governo israeliano presieduto da un Benjamin Netanyahu senza limiti democratici e umanitari. Un premier comunque contrastato in patria anche dal ministro della Difesa Yoav Gallant, i cui fini non appaiono ancora ben comprensibili.

Il Tribunale penale internazionale, sulla scorta di documentate denunce su fatti drammaticamente soggettivi e evidenti coinvolgenti Israele e i palestinesi ha chiesto l’arresto di Netanyahu, di Gallant e anche dei tre leaders più importanti di Hamas. La richiesta, in particolare per il capo di un governo democraticamente eletto, ha scatenato un confronto internazionale che pone appunto la questione della sostenibilità o meno di simile duro provvedimento quando coinvolge persone di espressione democratica che quindi non possono essere considerati come scelte personali, ma attuatori di scelte collettivamente e democraticamente assunte.

È pur vero che Netanyahu è sicuramente un personaggio che attua interventi incontrollati con ogni mezzo militare che nella circostanza hanno dato linfa a uccisioni di massa della popolazione palestinese e, in parallelo, al concreto divieto di adeguata assistenza alimentare e sanitaria nei confronti di una popolazione inerme segnata da una immensità di bambini, donne e anziani. Ma è altrettanto vero che non lo fa a” titolo” personale, poiché attua decisioni prese collettivamente a livello governativo. Allora i problemi si fanno più complessi e la decisione della Corte penale va ad incidere su atti e indirizzi di governi democratici la cui politica però indubbiamente assume contorni e contenuti se non di genocidio, sicuramente di massacri di massa. Il che pone l'interrogativo rispetto ai vincoli che un governo democratico deve assumere, pena la corresponsabilità collettiva. Infatti, gli accordi e le Convenzioni internazionali si firmano per mettere almeno puntuali condizioni da non superare, pena appunto la responsabilità collettiva.

Come detto e ridetto giustamente che Netanyahu svolge un ruolo determinante nelle scelte operate da Israele, e quindi con responsabilità nettamente prevalenti e immense, la questione sollevata rimane in tutta la sua evidenza. Però, nelle espressioni democratiche se si colpisce chi sta ai vertici delle istituzioni per nome e conto del popolo liberamente votante non può non coinvolgere chi le ha votate e avallate. Allora, è il popolo votante responsabile collettivamente? Sollevare questo problema non cancella, ma rende ancor più inaccettabile che da parte della comunità internazionale, europea, italiana si sostenga politicamente, militarmente, economicamente simile espressione di governo che non si pone neppure un limite morale di rispondere a uccisioni vergognose con irrefrenabili atti che hanno effetti dirompenti sulle persone e sul popolo palestinese. Se poi a ciò si aggiunge l’indisponibilità assoluta a riconoscere il diritto dei palestinesi - come lo stesso ONU richiede e che Stati importanti hanno iniziato a riconoscere (lo hanno annunciato ieri Norvegia, Spagna e Irlanda) - ad avere uno Stato in cui esprimersi a partire dalla valorizzazione della loro identità la spinta ad isolare o almeno a condizionare con forza questo governo israeliano si fa doverosa e non rinviabile.

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