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Da Conte a Draghi, da un professore all’altro, ma la differenza c’è…

La singolarità delle affermazioni di oggi, mercoledì 3 febbraio, e in parte di ieri sera, non appena il presidente Mattarella ha annunciato l’incarico a Mario Draghi, è l’etichetta di “governo tecnico” affibbiata dal Movimento cinque stelle. Un’etichetta che precede il giudizio negativo teso a stigmatizzare e o a ostracizzare la soluzione. Il che produce una profonda maraviglia, se non altro perché appare un’affermazione incauta (e forse pretestuosa), dacché l’Italia è stata governata per metà legislatura, e con maggioranze diverse, da un signore, di professione avvocato e professore, non eletto dal popolo italiano, ma voluto dal popolo del “vaffa”, sconosciuto ai più e al mondo della politica, almeno nel senso che notoriamente vi attribuiamo. Anzi. Il curriculum del professor Giuseppe Conte, inizialmente affrescato da un’esperienza professionale vera a metà (una scivolata che non lo aveva messo in buona luce), denunciava una distanza siderale da partiti e politica. Caratteristica che per i grillini, che lo avevano indicato come una loro creatura, doveva rappresentare però il primo titolo di merito agli occhi degli italiani, tutti o quasi impazienti di essere governati da un autentico signor Nessuno, ambizioso però al punto di accettare il praticantato politico sulla pelle di 60 milioni di persone… Ora, con il mandato esplorativo a Mario Draghi, il grillismo duro e puro si ritrova a salire sulle barricate contro il presunto “governo tecnico” (o del presidente), ammesso e non concesso, infatti, che una maggioranza parlamentare sia soltanto politica se guidata da un leader di partito. Il che è un’ammissione – aspetto comico della vicenda, ma elemento tuttavia di grande coerenza e dignità per un movimento partorito dalla mente trasgressiva di un comico coraggioso – di quanto è sempre stato di domino pubblico: Conte non poteva definirsi un tecnico, perché erano altri a governare. A questo punto, si potrà obbiettare che anche per Draghi lo spartito che gli si prepara potrebbe non essere diverso. Ma, senza togliere nulla al valore del professor Conte e restii all’ingratitudine per il lavoro svolto al servizio del Paese, è bene ricordare che così come i curricula hanno spessore non identico, anche i direttori d’orchestra muovono la bacchetta con efficacia diversa. Differenza che primi a riconoscere – con loro grande vantaggio – sono proprio gli orchestrali. Sempre che siano in grado di comprenderlo. Ed è forse questo il vero problema oggi dell’Italia.

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