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Crisi ucraina: l’Europa alla prova delle nazionalità

di Stefano Marengo|

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Su una cosa Putin non sbaglia, anche se ciò non attenua le sue responsabilità nel conflitto in atto: sotto il profilo politico, l’Ucraina moderna è stata effettivamente creata dall’Unione Sovietica. Prima della Rivoluzione d’Ottobre, il paese era parte indistinta dell’Impero russo. Il riconoscimento politico della sua specificità nazionale e il suo inquadramento in precise strutture statuali furono dovute alla “politica delle nazionalità” promossa da Lenin e dai bolscevichi. Questa politica, che avrebbe condotto all’istituzione di tutte e 15 le repubbliche socialiste sovietiche federate nell’Urss, aveva due obiettivi fondamentali. Il primo era l’affermazione delle autonomie nazionali contro il secolare imperialismo zarista russocentrico. Il secondo, di carattere più tattico, era il contenimento delle spinte disgregative dei nazionalismi, che in quell’epoca storica – ossia tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale – non avrebbero peraltro tardato a prendere una piega nettamente fascista. A questo riguardo, relativamente all’Ucraina, vale la pena ricordare che un leader oggi venerato come eroe dell’indipendenza nazionale, Stepan Bandera, fu uno stretto collaboratore della Germania nazista ed è considerato tra i principali responsabili dello sterminio di un milione e mezzo di ebrei ucraini e di migliaia di polacchi. Tendenze di questo tipo, in quel giro d’anni, erano presenti ovunque nell’est europeo, quindi si può a maggior ragione apprezzare la saggezza della “politica delle nazionalità” voluta dai bolscevichi. In pratica, le giuste ambizioni dei popoli all’autonomia venivano validate depotenziando o azzerando, contestualmente, il rischio dello scoppio della polveriera del conflitto etnico. D’altra parte, questa stessa politica era anche funzionale a mantenere rapporti preferenziali tra paesi che, pur nella loro specificità, avevano alle spalle centinaia di anni di storia condivisa nell’Impero russo. Una scelta tanto più opportuna in quanto all’interno di ciascun paese erano (sono) presenti significative minoranze etnolinguistiche delle nazioni vicine. Le repubbliche sovietiche, insomma, realtà talmente interdipendenti che una loro separazione netta sarebbe stata impensabile. Per rimanere al nostro caso, si pensi soltanto al fatto che alcuni dei più grandi scrittori russi (come Gogol e Bulgakov) erano nati in Ucraina, così come di origini ucraine furono alcuni dei più importanti dirigenti bolscevichi e sovietici (come Trotzky, Krusciov e Breznev). A distanza di un secolo si può affermare che la politica delle nazionalità fu uno dei progetti più ambiziosi della dirigenza sovietica, ripresa con lungimiranza nella fase poststalinista, necessaria anche a stendere un velo sulla politica del pugno di ferro cara al dittatore georgiano. Una soluzione promossa di conserva al riconoscimento delle specificità e coesione sovranazionale. La domanda che oggi dovremmo porci nell’Europa orientale, in cui i confini sono aleatori quando si parla di nazionalità, se sia possibile appunto una “politica delle nazionalità” adeguata al XXI secolo. Per ora l’unica cosa che si sa è che non saranno risolutivi i disegni neoimperiali che attualmente si stanno fronteggiando: non quello russocentrico, che s’ammanta della questione sicurezza a fronte dell’allargamento della Nato a est; né, tanto meno, quello atlantico-statunitense, che appare singolarmente sordo agli insegnamenti di una vicenda storica e politica ben più complessa di come ce la raffiguriamo in Occidente.

#Crisiucraina #Politicadellenazionalità #Putin #StefanoMarengo

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