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Crisi planetaria: riprendiamo il pensiero di Giovanni Arrighi

di Stefano Marengo |

“Il lungo XX secolo” di Giovanni Arrighi è giustamente considerato uno dei libri più importanti del dopoguerra nell’ambito delle scienze sociali. Arrighi, per decenni professore di sociologia alla Johns Hopkins University di Baltimora (ivi morto nel 2009, all’età di 72 anni) e direttore del “Fernand Braudel Center” della State University di New York, è stato uno dei principali esponenti della teoria dei “sistemi-mondo”, un approccio multidisciplinare all’economia e alla storia economica che, grazie al lavoro di Immanuel Wallerstein, Terence Hopkins e Andre Gunder Frank, oltre che dello stesso Arrighi, costituisce a tutt’oggi la base più solida per comprendere il mondo contemporaneo e individuare alcune linee di fuga per il futuro. L’idea cardine del “lungo XX secolo” è che lo sviluppo storico del capitalismo non è qualitativamente monotono, ma al contrario la sua fisiologia è scandita dall’alternarsi ciclico di fasi in cui la crescita è trainata dall’economia reale e di fasi in cui si afferma il primato della finanza. In questo schema, a determinare il passaggio da una fase all’altra è l’intervento di una crisi-spia che segnala che il modello di sviluppo dominante è ormai prossimo ad esaurire le proprie potenzialità. Un secondo tipo di crisi, invece, è quello che si registra al termine della fase di finanziarizzazione: in questo caso i problemi che emergono non sono più affrontabili all’interno del modello di sviluppo dominante, ma pongono in discussione il sistema stesso e determinano una situazione di “caos” da cui si uscirà soltanto quando si affermerà un nuovo modello di sviluppo e verrà inaugurato un nuovo “ciclo sistemico di accumulazione”. In termini più concreti, ciò che Arrighi descrive con queste tesi è la storia degli ultimi decenni. La crisi degli anni settanta è stata la crisi-spia che ha annunciato l’esaurimento del paradigma fordista-taylorista e ha aperto la strada alla finanziarizzazione neoliberista che data a partire dagli anni ottanta. Più di recente, invece, la crisi del 2007-2008 ha portato a conclusione l’intero ciclo di accumulazione del Novecento e ha generato lo stato di “caos sistemico” in cui ancora ci troviamo. La questione che oggi si pone, di conseguenza, non è quella di conservare o riproporre un modello di sviluppo passato e ormai impraticabile, ma piuttosto di capire quali saranno i tratti caratteristici del paradigma che, nel prossimo futuro, si imporrà come dominante. Arrighi non si limita tuttavia ad analizzare i dati bruti della storia economica. La specificità delle sue tesi sta anzi nell’individuazione una specifica dialettica tra cicli di accumulazione capitalistica e forme dell’egemonia politica. Detto altrimenti, ad ogni ciclo storico di accumulazione corrisponde, secondo Arrighi, l’affermarsi di una specifica potenza egemone, ossia portatrice di un modello di organizzazione politica internazionale con pretese di universalità. In questo senso si può parlare, per quanto concerne l’epoca moderna, di un ciclo olandese in cui le dinamiche economiche sono state irregimentate dall’assetto postwestfaliano delle sovranità statali autonome; di un ciclo britannico il cui pendant politico è stato il cosiddetto “concerto europeo”, che ha presieduto, tra l’altro, non solo alla regolamentazione dei rapporti tra stati del vecchio continente, ma anche alla spartizione coloniale del resto del mondo da parte delle potenze europee; di un ciclo statunitense che è giunto a piena maturazione, sotto il profilo della regolazione economica, con gli accordi di Bretton Woods (i quali, non a caso, saranno liquidati con l’intervento della crisi degli anni Settanta) e, sotto il profilo politico, con l’”invenzione” della guerra fredda, ossia un riassetto dei rapporti di forza internazionali che ha imposto la leadership USA al “campo atlantico” dei paesi capitalisti. In base a queste considerazioni è evidente che, parlando oggi di crisi sistemica, il riferimento più specifico è al venir meno dell’egemonia statunitense e, di conseguenza, delle modalità di organizzazione e gestione dell’ordine politico globale che abbiamo conosciuto nel secondo Novecento. Di questa crisi, in verità, nessuno è consapevole più delle classi dirigenti di Washington. Non è affatto un caso che nei primi anni Duemila i neocon di Bush junior siano arrivati al potere con il programma di un “nuovo secolo americano”, ossia di un rilancio del ciclo egemonico statunitense. La traduzione pratica di tale programma, tuttavia, tra guerre infinite in Medio Oriente, in Asia centrale e una crisi finanziaria epocale, è stata un disastro su tutta la linea e, a conti fatti, probabilmente non ha fatto altro che accelerare il declino della superpotenza americana. Ancora di più, le politiche degli USA nella loro fase crepuscolare hanno favorito (stanno favorendo) l’emergere della Cina come superpotenza del nuovo secolo: a seguito della crisi del 2007-2008, il debito pubblico americano è oggi in larga misura nelle mani di Pechino, e questo è sufficiente a dare alle classi dirigenti cinesi una sostanziale golden share nel riassetto dei rapporti di forza globali. Beninteso, il passaggio di testimone dagli USA alla Cina non è un automatismo, tant’è vero che oggi – come spesso è accaduto nella storia dell’umanità – ci troviamo in una situazione in cui il vecchio ordine non è più proponibile mentre un nuovo ordine non si è ancora affermato. Più precisamente, se già adesso la Cina esercita un evidente dominio economico, non si è ancora affermata come potenza egemone, ossia come chiave di volta di un modello politico capace di attrarre consensi a livello internazionale. La vera questione, in ogni caso, non è “se”, ma “quando” l’egemonia cinese si affermerà. La crisi Ucraina, che ha portato al recente ed amichevole incontro tra Xi Jinping e Putin, con il presidente russo in gran spolvero all’apertura delle Olimpiadi Invernali a Pechino, apertesi oggi, 4 febbraio, è indicatore più che interessante del nuovo scenario che si prefigura sul piano delle alleanze nel mondo. In questo quadro generale, a voler svolgere qualche considerazione politica conclusiva, appare necessario interrogarsi sul futuro dell’Europa. Le nostre classi dirigenti, più ancora di quelle statunitensi, sembrano particolarmente indisponibili a distaccarsi dagli schemi di pensiero e di azione politica propri del paradigma che ci siamo lasciati alle spalle. I sintomi sono molteplici (ne indichiamo qualcuno a puro titolo esemplificativo): c’è la perpetuazione di un “atlantismo” che ha sempre meno ragioni d’essere e la stessa crisi ucraina ne svela l’inadeguatezza strategico-militare; c’è la continua riproposizione di politiche liberiste ormai ampiamente delegittimate; c’è cecità di fronte alla crisi profonda della liberaldemocrazia, la cui riforma sarebbe invece più che urgente. In un certo senso si potrebbe dire che l’Europa sta cercando il futuro nel proprio passato, un atteggiamento che è inevitabilmente destinato alla sconfitta, indipendentemente dal movimentismo che si chiede all’asse franco-tedesco. Il passato è infatti proprio ciò che oggi andrebbe messo in questione, non già per liberarsene con leggerezza, ma almeno per capire ciò che di esso vale davvero la pena conservare. Su questa base, invece di alzare steccati per difendersi dai “nuovi barbari”, si tratterebbe di partecipare alla costruzione del nuovo ordine globale che presto o tardi, che lo vogliamo oppure no, finirà per emergere. Tornare a leggere le pagine di Arrighi, anche in questo caso, è un esercizio quantomai utile per maturare maggiore consapevolezza rispetto alle dinamiche che governano la complessità del mondo.

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