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Crisi climatica e sicurezza globale

Aggiornamento: 26 dic 2022


di Germana Tappero Merlo

Oggi, 5 giugno, è la giornata mondiale per la difesa dell’ambiente, istituita da una Risoluzione dell’Onu esattamente cinquant’anni fa grazie ad una lungimiranza politica che però, negli anni, si era fermata al punto di partenza, mentre ora l’ondata di green awareness, di consapevolezza verde, dopo fasi alterne fra accettazione e rifiuto per disincanto, sembra abbia messo radici, almeno e in parte nel mondo Occidentale. Ad occhi meno distratti e a menti più aperte, l’emergenza è visibile da tempo ed è ormai chiaro che i cambiamenti climatici violano già ora più diritti delle guerre, creando tensioni sociali interne così come fra Stati sino a minacciarle o a combatterle per davvero, quelle guerre. Ecco perché le vulnerabilità climatiche e i disastri derivanti sono considerati oggi, almeno da una parte degli analisti, come moltiplicatori di minacce internazionali.



Le guerre per l’acqua[1], in ogni dove nel mondo, senza più alcun limite, ne sono l’esempio più noto eppure meno considerato negli studi strategici, di geopolitica e di sicurezza dei maggiori think tank perché, almeno sino ad ora, non hanno avuto quell’attrattiva sull’opinione pubblica (e relativa ricaduta nella politica) che hanno invece, da anni, le guerre per il controllo di fonti strategiche, come gli idrocarburi, oppure, come negli ultimi mesi, per l’acquisizione forzata di un territorio sovrano.


Eppure il surriscaldamento globale[2], da cui eventi climatici estremi, unito al forte inquinamento, la desertificazione di aree destinate da sempre all’agricoltura, alla pastorizia così come alla pesca e per l’accesso all’acqua potabile di una popolazione mondiale in forte crescita demografica (fattore raramente considerato), stanno per realizzare, di fatto, un apartheid climatico, ossia un avvenire distopico per via di maggiori diseguaglianze e reiterate violazioni di diritti, soprattutto dei meno abbienti.


Da tutto ciò, ed è già in parte cronaca attuale, deriveranno migrazioni forzate (si ipotizza 140 milioni di persone entro il 2050 tra Asia sub-sahariana, Asia meridionale e Sud America), perché a causa di quei disastri ambientali e ai limiti di accesso alle risorse idriche o per via della scarsità di terre ancora coltivabili, si moltiplicheranno i conflitti, da locali, intra stati sino a regionali.

Conflitti limitati, certamente, ma carichi di minacce globali, come sta accadendo con gli scontri che, da alcuni anni e proprio per l’accaparramento di un’acqua e terre sempre più scarse, massacrano le popolazioni della regione dei Grandi Laghi africani, da cui un’instabilità regionale i cui effetti si riversano lungo le coste del Mediterraneo e quel che già sappiamo circa l’immigrazione illegale. Guerre limitate nei confini, in cui la criminalità locale e gruppi terroristici, legati o ispirati a sigle del jihadismo mondiale, con l’aiuto di speculazioni di forze anche esterne, vanno a braccetto, e fanno affari lucrosi ed esclusivi.


Bombe, veleni, distruzione dell’ecosistema


Ma se si parla di ambiente e guerre è necessario andare oltre. La distruzione di un territorio bombardato massicciamente, che sia la Siria, l’Iraq, la Libia, lo Yemen, l’Afghanistan, parte del Pakistan e ora l’Ucraina, non registra effetti mortali e distruttivi limitati all’arco temporale della guerra combattuta davvero sul campo. Tutti i conflitti qui elencati, perché più ‘recenti’, hanno anche gravemente danneggiato l'ambiente naturale, mettendo in evidenza i molti modi in cui la guerra combattuta con i più moderni strumenti offensivi devasta la biodiversità e contribuisce alla crisi climatica. Si va quindi ancora oltre al fatto che l’uso di sostanze come l’"agente arancio" nella guerra del Vietnam (80 milioni di litri), utilizzato dall'esercito americano secondo una tattica da “terra bruciata”, abbia distrutto quell’ambiente con un impatto devastante sulle persone ancora oggi[3].


Secondo il Watson Institute della Brown University[4], anche solo la "guerra al terrorismo" condotta dopo l’11 settembre in Afghanistan, ha rilasciato nell'atmosfera 1,2 miliardi di tonnellate di gas serra, che ha un effetto di riscaldamento sul pianeta maggiore rispetto alle emissioni annuali di 257 milioni di automobili. Inoltre, tutti i carri armati e i veicoli pesanti che circolano durante tutti i conflitti sollevano particelle abrasive, mentre le munizioni scartate rilasciano uranio nei sistemi idrici. Od anche, come è avvenuto nella guerra in Yemen, l'Arabia Saudita ha continuamente bombardato infrastrutture come gli impianti di desalinizzazione, dighe e bacini idrici, privando le comunità locali di un normale accesso all'acqua, da cui una crisi igienico-sanitaria e alimentare (aggravata, in alcuni periodi, da carestia per siccità) dai toni apocalittici[5].


Difensori ambientalisti, con un buon supporto scientifico, hanno già documentato in Ucraina centinaia di crimini ambientali che, insieme, sostengono e giustificano l'accusa di “ecocidio” di fronte ai tribunali internazionali. Non si tratta, quindi, soltanto del fatto che le operazioni militari già da sole consumano enormi quantità di combustibili fossili, o che i bombardamenti e altri metodi di guerra moderna danneggino direttamente la fauna selvatica e la biodiversità (un conflitto può uccidere fino al 90% degli animali di grossa taglia dell'area colpita). I danni vanno ben oltre, anche nel tempo. Non è, inoltre, solo per gli effetti della chimica di quel che è esploso o per i rischi di ciò che rimane inesploso (si pensi alle mine antiuomo di cui sono disseminati, fra i tanti, Libia e Yemen, ad esempio), ma anche per gli obiettivi colpiti, visti gli attacchi a strutture industriali o a infrastrutture, come oleodotti e gasdotti ad esempio, che contaminano le acque sotterranee e le vie aeree in generale.

Conseguenze inimmaginabili sull’ambiente


Fenomeni che non rimangono solo e sempre limitati alle zone di conflitto, perché i veleni si trasmettono per via aerea e le acque, sia di superficie o, peggio, quelle invisibili, profonde e sotterranee, superano i confini fisici della nazione colpita. Ecco perché è un dato di fatto che la ricostruzione che segue ai conflitti più moderni non recupera la giusta salubrità di acque e terre. E anche se ciò avviene, necessita di tempi lunghissimi. Le conseguenze di un qualsiasi conflitto contemporaneo sono inimmaginabili, quindi, per gli umani e per il loro ambiente. E se anche non c’è guerra, stando ad un’indagine de The Guardian[6], le forze armate mondiali sono responsabili di circa il 6% di tutte le emissioni di gas serra, considerando comunque il fatto che molti governi non riportano nemmeno i dati sulle emissioni delle loro attività militari.


Ma porre fine alla guerra e garantire la pace è il modo più sicuro per proteggere noi stessi e la salute del pianeta? Certamente, sarebbe già un passo in avanti ma le premesse, a quanto pare, non ci sono, visti gli appetiti per conquiste di spazi vitali e di risorse strategiche che, come dimostrato dalla fame di grano con la guerra in Ucraina, vanno ormai oltre gli idrocarburi, le grandi miniere di metalli indispensabili e di quelli rari.


Scioglimento dei ghiacci polari


Basti pensare che il surriscaldamento globale sta sciogliendo i ghiacci nella regione Artica e, si sa, che a rischio non c’è solo l’orso polare e, a caduta, tutto un ecosistema; scomparse le barriere di ghiaccio, si aprono nuove vie di collegamento[7], di cui Russia, Cina e Stati Uniti, per posizione geografica, possono beneficiare ampiamente ma anche contendersi, e non sempre pacificamente. E succede così che più che preoccuparsi di un disastro ambientale si intravedano opportunità per la propria potenza economica e commerciale[8].


Da qui, infatti, sale la febbre per la conquista dell’Oceano Artico, come pure del controllo di una Groenlandia, ad esempio, nel cui sottosuolo sono stati scoperti giacimenti di petrolio (13% delle risorse mondiali), gas (30%) e riserve auree, ma anche, fra i tanti, numerosi e preziosi metalli, come uranio, rubini e diamanti. Secondo un rapporto dell'U.S Geological Survey Resource ci sarebbero riserve non ancora scoperte dal valore di 300-400 miliardi di dollari.


Ecco spiegata la febbre artica che, da tempo, sta animando sempre di più gli appetiti delle superpotenze planetarie e che, nonostante il bando alle estrazioni minerarie del 1998, firmate da 29 Paesi, permette alla Russia di avviare perforazioni[9], anche per far fronte alle sanzioni occidentali per i fatti ucraini, ma altresì a Stati Uniti[10]e Cina di concentrare le proprie attenzioni militari e strategiche.


Rialzo delle temperature, coltivazioni e blocchi navali


Non da meno, inoltre, il fatto che ampi spazi del Canada, un tempo flagellati da climi gelidi, possano essere ora messi a coltivazione di grano o per il pascolo, tanto da garantire sufficienza alimentare a quella nazione, e addirittura esportarne l’eccedenza, non può non avere influenze su decisioni anche politiche e strategiche globali, ben oltre quei confini, là dove il blocco navale nel Mar Nero, per la guerra in Ucraina, impedisce i rifornimenti di granaglie a una gran fetta di mondo.


È vero c’è un’emergenza ambientale, ma deve esserci anche la consapevolezza che vi sono forti nessi causali e conseguenziali fra questo deterioramento globale e la volontà di fronteggiarsi per differenti visioni circa il proprio ruolo di potenza in un mondo che, con le premesse viste sino ad ora e così facendo, è destinato a soccombere definitivamente. Ecco perché la crisi climatica è stata etichettata come una minaccia alla sicurezza globale.



Note

[1]Cfr. La Porta di Vetro:Il Nilo conteso tra Egitto e Etiopiain http://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2020/03/Il-Nilo_conteso_Egitto_Etiopia.pdf [2]Cfr. La Porta di Vetro: Notizia trascurata: surriscaldamento pianeta, prospettive catastrofichein https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/05/model_-art.pdf [3]https://www.repubblica.it/esteri/2021/01/25/news/francia_tran_to_nga_e_l_eroina_vietnamita_che_sfida_le_multinazionali_dell_agente_arancio_-284059067/ [4]https://watson.brown.edu/costsofwar/papers/ClimateChangeandCostofWar [5]https://peacelab.blog/2021/04/yemens-water-crisis-a-new-urgency-to-an-old-problem [6]https://www.theguardian.com/environment/2021/nov/11/worlds-militaries-avoiding-scrutiny-over-emissions [7]https://www.eco-business.com/opinion/conditions-ripe-for-polar-silk-road/ [8]https://www.rinnovabili.it/ambiente/mike-pompeo-scioglimento-artico/ [9]https://www.dailymaverick.co.za/article/2022-05-17-gentlemans-agreement-despite-mining-ban-russia-scours-antarctica-for-massive-fossil-fuel-deposits/ [10]https://spacenews.com/melting-arctic-ice-opens-new-front-in-strategic-power-competition/

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