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Contorsioni per il Quirinale e svuotamento della liberaldemocrazia

di Stefano Marengo|

Al di là del chiacchiericcio mediatico elevato a somma verità che ormai fa da sottofondo continuo a qualsiasi dibattito pubblico, questi giorni di trattativa per la scelta del prossimo Capo dello Stato andranno ricordati per aver fatto emergere alcune tendenze degenerative – per usare un eufemismo – del sistema politico italiano. La prima di queste tendenze è ben visibile nella decisione di Mario Draghi di concorrere in prima persona nella corsa al Colle, contrattando per giunta la guida (e quindi gli indirizzi politici) del prossimo governo. Si tratta di una scelta non solo irrituale, ma contraria allo spirito della Costituzione repubblicana. In questa sua avventura, tuttavia, il Presidente del Consiglio gode del supporto di buona parte degli opinionisti che da settimane teorizzano un non meglio definito “presidenzialismo di fatto”, complimentandosi per giunta sui vari canali televisivi di aver puntato sul “cavallo vincente”… In che cosa consista tale forma istituzionale non è dato sapere, né viene spiegato come si possa sviluppare con l’attuale stato di inconsistenza dei partiti. Il messaggio che passa, in ogni caso, è che in questa fase di crisi, e nel contesto del fallimento protratto della classe politica, occorre dare più potere possibile a Draghi, che con la sua autorevolezza può “rassicurare i nostri partner internazionali” e “infondere fiducia ai mercati”. Dal lato dei partiti, la tendenza che si osserva è invece quella di una sempre più marcata autoreferenzialità e inerzia. L’interesse predominante, in questo caso, è quello puramente tattico di perpetuare la propria posizione di potere. A tal proposito, è piuttosto significativo che il confronto politico, ridotto a totonomi per il Quirinale, si dimostri incapace di generare un’idea d’Italia e del suo futuro per tenere ancora unito il paese legale con quello reale. Queste due tendenze, prese insieme, concorrono a istituzionalizzare la forma più deteriore di elitismo. In altri termini, quello che si sta consumando è la saldatura dell’elitismo di una classe politica assillata dal problema della propria autoperpetuazione e l’elitismo tecnocratico che, per nulla neutrale come si crede, è ben disposto a sacrificare alcuni principi basilari del sistema democratico e costituzionale in nome della (presunta) performatività del paese sui mercati, di cui però l’uomo della strada assillato da ben altri problemi coglie poco o niente. Questa degenerazione “oligarchica” non è episodica, ma sistemica. Alle sue spalle ci sono almeno vent’anni di erosione sempre più accentuata del “contratto sociale” repubblicano, in una deriva che ha visto progressivamente svilire le forme di legittimazione e di controllo democratico del potere. Ciò che stiamo vivendo, in altri termini, non è che la manifestazione odierna di una crisi profonda della liberaldemocrazia iniziatasi almeno negli anni Novanta e che ha investito l’intera Europa e l’Occidente. Se così stanno le cose, è evidente che dall’impasse attuale non si può uscire affidandosi a uomini della Provvidenza o (il che è lo stesso) puntando alla conservazione del sistema, ma rilanciando su nuove basi il progetto della democrazia. Valga, in proposito, la lezione del passato: tra la prima e la seconda guerra mondiale, la crisi del sistema liberale ottocentesco fu superata soltanto attraverso il riconoscimento del suffragio universale e la costruzione del welfare state, ossia trasformando radicalmente gli equilibri del potere e compiendo significativi passi in avanti verso una compiuta democrazia. Il dramma odierno sta in larga misura nel fatto che, nonostante la degenerazione del sistema sia evidente da decenni, poco o nulla è stato fatto per immaginare e progettare una democrazia per il XXI secolo. Nulla è stato fatto, ad esempio, per estendere il controllo democratico anche su quei poteri, come il potere finanziario, che condizionano pesantemente le nostre vite e le scelte dei governi. Nel caso della finanza, al contrario, si è intrapresa addirittura la strada opposta, smantellando pressoché ogni regola introdotta con il compromesso socialdemocratico del dopoguerra, ideologicamente convinti che le logiche del tardo capitalismo fossero in quanto tali conformi alle esigenze della democrazia. Raramente si è data prova di maggiore cecità politica: la storia recente ce lo ha ampiamente illustrato. E allora come rilanciare il progetto democratico collocandolo su basi nuove e più ampie? Questa è la domanda che emerge in questi giorni in tutta la sua nettezza e urgenza. L’unico modo per rispondere è provare a recuperare il tempo perduto in anni di discussioni sterili, con la consapevolezza che la semplice conservazione dell’esistente non è un’opzione percorribile. Nel frattempo, per quanto ci riguarda, sarebbe molto utile evitare che l’elezione del Presidente della Repubblica si trasformi nell’ennesima torsione oligarchica del sistema.

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