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Co2 interamente compensata: ovvero rifarsi una "verginità" senza rinunciare a inquinare

di Sergio Cipri

Da qualche tempo nella pubblicità di diversi prodotti di grandi aziende compare questo rassicurante messaggio: Co2 interamente compensata. Non tutti sanno che cosa significhi veramente, e forse può essere utile spiegare alcuni aspetti non immediatamente evidenti. Una azienda inquinante (quale azienda non lo è?) può acquistare Crediti di Carbonio () [1] con i quali compensare parte del danno ambientale che produce con i suoi processi industriali. I certificati si misurano in tonnellate di Co2. Con questi certificati l’azienda finanzia progetti di riqualificazione territoriale che abbiano come obiettivo la riduzione di inquinanti immessi nell’atmosfera o il loro riassorbimento.


Un'idea "geniale"...

Un esempio pratico e immediatamente comprensibile: le foreste assorbono Co2 trasformandola in ossigeno. La deforestazione – vedi quello che accade in Amazzonia – priva il pianeta di uno strumento naturale per il mantenimento dell’equilibrio dell’atmosfera. Finanziare progetti di riforestazione è uno dei possibili utilizzi dei certificati di credito: inquino, ma finanzio chi compensa il mio inquinamento. Un’idea geniale.

Un lettore ingenuo a questo punto potrebbe chiedersi: perché questo meccanismo complicato, non sarebbe più semplice che le aziende smettessero di inquinare, ottimizzando i processi produttivi e ricorrendo a fonti di energia rinnovabili? Non è così semplice, soprattutto - e qui sta la chiave di tutto – se vogliamo mantenere l’attuale tasso di sviluppo, il nostro tenore di vita e di consumi, consapevoli che la platea di chi vuole partecipare alla tavola dei ricchi si sta inevitabilmente allargando. Sempre meglio che accettare rassegnatamente la situazione attuale. Ma per capire la reale utilità di questo strumento, esistente sotto altri nomi dal 2005, ma ridefinito dalla Conferenza di Parigi sul clima del 2015 articolo 6) è necessario qualche approfondimento [3]

L'intenso odore del denaro

Inizialmente la gestione dei certificati era prevista a livello di Stati ai quali era affidata l’autorizzazione e il controllo. Ma, rapidamente, sono nati gli scambi volontari a livello di azienda, che hanno aumentato esponenzialmente la dimensione del mercato. Sono quindi nate, e si stanno moltiplicando, le società di consulenza che si offrono alle aziende per supportarle nella emissione e gestione dei crediti. Con il problema della credibilità dei progetti e del relativo controllo stanno nascendo Enti Certificatori internazionali, con la tacita delega degli Stati Nazionali. Come accade sempre quando l’odore dei soldi si fa intenso, il mercato si sta sviluppando a ritmi crescenti e potenzialmente rischiosi. Il valore del certificato di carbon credit equivalente a una tonnellata di Co2 sta rapidamente crescendo, passando dai 5 dollari iniziali, con l’aumento vertiginoso della domanda, agli attuali 80 dollari. Secondo la IETA (International Energy Trading Association) il mercato potrebbe valere 1000 miliardi di dollari nel 2050. Perché questa crescita? Per un’ambiguità di fondo degli obiettivi di riduzione dell’emissione di inquinanti che, in virtù dell’Articolo 6, possono essere raggiunti sia riducendo materialmente la produzione, sia compensandola, appunto finanziando i certificati. Si avvicina il 2030, data entro la quale gli accordi di Parigi hanno stabilito una riduzione della Co2 emessa del 43% rispetto al 2019, anno di inizio del monitoraggio. Ma la reale riduzione si fermerebbe ad un irrilevante 0,3%: il recupero sembra impossibile e allora la corsa ai certificati si fa frenetica e il loro valore, di conseguenza, sale.

Lo scarto tra impegni solenni e realtà

Per evitare il rischio che il processo si riduca ad uno scambio di pezzi di carta occorrerebbe, oltre a controlli ferrei che non è chiaro chi sia in grado di assicurare, che i certificati emessi riguardassero la sola quota di produzione di inquinanti non comprimibile con comportamenti “virtuosi” da parte delle aziende. Su questo siamo del tutto sicuri, vero? Il rischio reale è che le aziende vedano il ricorso ai carbon credits come una sorta di protezione da future sanzioni e – vedi il titolo di questo articolo – come un elegante strumento di marketing.

La dura verità è che, con l’incremento demografico – abbiamo superato gli 8 miliardi di abitanti sul pianeta - e la spinta al miglioramento delle condizioni generali di vita di quote sempre più ampie della popolazione, il fabbisogno di energia continua ad aumentare. Anche se in teoria, la riduzione di questo fabbisogno, unico modo per tentare un’azione riequilibratrice, sta nelle nostre possibilità di decisione. Dopodiché, l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, con la riapertura delle centrali a carbone, il prolungamento della vita delle centrali nucleari ormai vecchie e pericolose, la ripresa delle trivellazioni in terra e in mare, la pressione sui Paesi produttori di petrolio per aumentare l’estrazione, ha dimostrato plasticamente il fallimento di tutti gli impegni solennemente firmati.

Quale futuro ci attende?

A meno di eventi catastrofici a livello planetario – il pianeta ci dimostra quotidinamente di quanto sia intenzionato a provarci – o di una guerra nucleare totale con cui si dilettano a minacciarsi i grandi(?) della Terra, che riducano drasticamente la popolazione, lo sfruttamento di qualsiasi forma di energia disponibile non farà che aumentare, a dispetto di qualsiasi solenne impegno. Quale futuro ci attende? Può essere curioso – e inquietante – andare a rivedere un breve video, datato 2008, [4] che illustra la visione di Gianroberto Casaleggio, padre, insieme al comico Beppe Grillo, del Movimento 5 stelle, dove, intorno al 2040 la popolazione mondiale si è ridotta a un miliardo di persone e GAIA, la Terra, è governata da una democrazia (?) basata sulla Rete.

Ma per non chiudere nella più fosca prospettiva, ecco il colpo di scena! Il 13 dicembre 2022 il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, tramite il suo portavoce del Dipartimento dell’Energia, annuncia al mondo che la fusione nucleare è realtà. L’energia che alimenta il Sole e le stelle è stata finalmente riprodotta in laboratorio sulla Terra. Energia illimitata, eterna, non inquinante. Fine dei combustibili fossili! Basta resistere fino a quando sarà possibile produrla industrialmente... Ma questo è un altro discorso, e ci ritorneremo quanto prima.


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