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"Chiamale se vuoi emozioni..." questo resterà sempre Gigi Riva

di Beppe Borgogno


E’ triste leggere dei fischi, allo stadio di Riad dove stava per iniziare il secondo tempo della finale di Supercoppa italiana, durante il minuto di silenzio per ricordare Gigi Riva. La Lega di Serie A spiega che quei fischi dipenderebbero dal fatto che nella cultura araba il silenzio in ricordo dei morti non è previsto. Può darsi, ma serve una riflessione in più per capire meglio: la Supercoppa italiana giocata in Arabia Saudita davanti a un pubblico che non avrebbe, pare, compreso le ragioni del raccoglimento, è l’immagine eloquente del calcio di oggi, le cui scelte e la cui logica sono ormai sostanzialmente e unicamente figlie del denaro. Pecunia non olet. E se è il denaro a decidere dove e quando giocare in Arabia Saudita tra squadre del campionato italiano, con tutte le conseguenze che ciò comporta, è quanto meno puerile immaginare che insieme con atleti, staff e tutto il circo che gira loro intorno, atterrino sugli spalti anche pezzi importanti della storia del nostro calcio e si diffondano le emozioni che l’hanno accompagnata.

Il calcio moderno non ha più confini né barriere geografiche, ma insieme ai suoi protagonisti evidentemente non riesce a far viaggiare i sentimenti. Già, perché quel minuto serviva a rendere omaggio ad un uomo che ha reso la storia del calcio imprescindibile dai sentimenti e le emozioni che accompagna. Anzi, di più: sentimenti ed emozioni come ingrediente fondamentale. Tra il calcio di oggi e quello di Rombo di Tuono la distanza è siderale.

Gigi Riva, è stato ripetutamente scritto, ma repetita juvant, è il calciatore che rifiutò ingaggi d’oro per restare in Sardegna, diventando simbolo del riscatto di quella terra attraverso il riscatto dal proprio passato difficile e doloroso. E’ l’immagine che ricordiamo sulle copertina dei quaderni Pigna delle elementari, così lontana dalle sponsorizzazioni miliardarie di oggi. E’ l'uomo diventato campione, che ha saputo mantenere rigore etico in un mondo che ne aveva sempre meno, applicandolo a quello che lui stesso chiamava “il mio lavoro”.

I fischi di Riad, chiunque fosse a fischiare, ci parlano di un pubblico con sentimenti da decifrare, in un calcio che è sempre più povero di sentimenti. Di un mondo che fa sentire onnipotenti quelli che guadagnano fortune quanto quelli, gli sponsors, ma anche i tifosi, che pensano di avere il potere di crearli e distruggerli. Che confonde il reale e il virtuale, rendendo illogicamente vicine cose tra loro così lontane: il campionato italiano e l’Arabia Saudita, le star del calcio e i loro tifosi, i valori dello sport e il suo valore, spesso spropositato, in denaro.

Tanto per fare un esempio, il nostro è un calcio che ha quasi cancellato quelli che un tempo si chiamavano i “vivai”, e con essi gli “osservatori” in giro per i campetti di provincia. Non a caso, Michele Ruggiero, pescando dall'album dei ricordi, ha messo in primo piano nel suo articolo di ieri Mario Pedrale, "maestro" riconosciuto e apprezzato dei "pulcini" della Juventus negli anni Cinquanta e Sessanta, grande plasmatore e scopritore di talenti più o meno noti, ma saliti alla ribalta della Serie A, da Furino a Bettega e Roveda, da Chiarenza a Maggiora[1]. Era l'epoca del Nagc, il mitico nucleo addestramento giovani calciatori, su cui anche i grandi club impostavano le loro strategie di mercato. A Torino, i ragazzini si presentavano il sabato al campo "Combi" di fronte all'ingresso della curva Filadelfia, per sottoporsi ai provini della Juventus; chi sceglieva il Toro, si ritrovava all'ingresso della curva Maratona, e calpestava il campo del "Galoppatoio" sotto gli occhi dei selezionatori granata. Oltre a quelli di Juventus e Torino, della straordinaria Fiorentina degli anni Sessanta, di Inter e Milan, di Atalanta, di Roma e Lazio, il settore giovanile ha rappresentato il serbatoio della ricchezza anche umana e formativa di una società calcistica, con la trafila "esordienti", allievi", "juniores", fino alla Primavera che portava i più bravi nel primo cerchio del paradiso calcistico, il Torneo di Viareggio.

Ora, la giostra del mercato s'inizia già quando i calciatori in erba, ancora giovanissimi, sono sulle pagine del sito Transfermarket, ed il loro percorso è già affidato ai procuratori. Non esistono quasi più le “bandiere”, simbolo di una maglia per la vita, e stupisce chi (ad esempio Buongiorno, che la scorsa estate ha scelto di rimanere al Toro) a fronte di offerte faraoniche, decide di rimanere dov’è per i suoi sentimenti verso i colori, in questo caso granata, della propria squadra.

Oggi, in tempi di Superlega, è praticamente impossibile immaginare una favola come quella del Cagliari dello scudetto, fatta di campioni di livello assoluto (oltre a Riva, da Albertosi a Domenghini, da Cera a Gori e Nenè) anche se “provinciale”, e che non fu una meteora.

Anche per tutte queste ragioni la scomparsa di Gigi Riva porta con sé emozione e nostalgia. Lasciando da parte i moralismi, rimane però una domanda su tutte: uno come lui, oggi, partendo da Leggiuno e dai campi della periferia, sarebbe mai riuscito a diventare il più forte attaccante italiano mai visto, per darci le straordinarie emozioni di Italia-Germania 4 a 3? E se sì, a che prezzo?


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