CASO RUTTE. Sovranità a geometria variabile: se la NATO diventa un alibi
- Alberto Scafella
- 26 giu
- Tempo di lettura: 4 min
di Alberto Scafella

C'è una frase che dovrebbe inquietare più del rumore degli F-35 che decollano dalle nostre basi: è quella pronunciata dal Segretario generale della NATO, l'olandese Mark Rutte nel corso dell'incontro con Donald Trump, nel tentativo evidente di smentire la narrazione secondo cui l'Europa vivrebbe sulle spalle degli Stati Uniti. Ma è proprio qui che nasce il primo interrogativo. Per rassicurare Trump sulla lealtà degli alleati europei, il Segretario generale avrebbe richiamato il massiccio contributo logistico offerto dall'Europa alle operazioni americane, facendo riferimento a migliaia di voli autorizzati dalle basi europee e a centinaia di movimenti partiti dall'Italia.
Se quei numeri sono esatti e se si riferiscono ad attività direttamente funzionali alle operazioni offensive contro l'Iran, ci troveremmo di fronte a una clamorosa contraddizione rispetto alle rassicurazioni fornite dal Governo italiano. Se invece comprendono indistintamente voli logistici, trasferimenti, ricognizioni, rifornimenti o altre attività di supporto non direttamente collegate agli attacchi, allora quella rappresentazione rischia di essere, nel migliore dei casi, fortemente ambigua. Dunque, una frase più costruita per rabbonire Donald Trump e dimostrare che l'Europa "fa la sua parte", che per descrivere con precisione il quadro giuridico e operativo entro il quale i singoli Stati hanno agito.
La diplomazia conosce l'arte dell'enfasi. Ma quando a parlare è il Segretario generale della NATO, l'enfasi non può trasformarsi in una narrazione che rischia di mettere in discussione la credibilità dei governi alleati. Perché ogni parola pronunciata da chi guida l'Alleanza assume inevitabilmente il valore di un fatto politico. Se davvero il contributo italiano comprende centinaia di missioni autorizzate per operazioni offensive, allora la questione non è militare. È costituzionale. È politica. Ed è soprattutto una questione di trasparenza.
Il Governo italiano, attraverso la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha più volte affermato che l'Italia non avrebbe partecipato ad operazioni offensive contro l'Iran e che le basi presenti sul territorio nazionale non sarebbero state utilizzate per missioni di attacco diretto. Una posizione che appare coerente con il quadro normativo nazionale e internazionale. La NATO, infatti, non nasce come un'alleanza offensiva. L'articolo 5 del Trattato di Washington del 1949 prevede l'obbligo di assistenza collettiva soltanto nel caso in cui uno Stato membro subisca un attacco armato. Non attribuisce all'Alleanza alcun mandato automatico per partecipare ad operazioni militari contro Paesi terzi. Ancora più significativo è l'articolo 1 dello stesso Trattato, spesso dimenticato nel dibattito pubblico. Esso impone agli Stati membri di risolvere le controversie internazionali con mezzi pacifici e di astenersi dal ricorso alla forza in modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite.
Ne deriva un principio fondamentale: tutte le operazioni che non rientrano nella difesa collettiva costituiscono decisioni politiche dei singoli governi, non obblighi derivanti dall'appartenenza alla NATO. Per l'Italia il quadro è ancora più stringente. L'articolo 11 della Costituzione afferma che la Repubblica ripudia la guerra come strumento di offesa contro la libertà degli altri popoli e consente limitazioni di sovranità soltanto nell'ambito di ordinamenti che assicurino pace e giustizia fra le nazioni. Anche l'utilizzo delle basi militari statunitensi presenti sul territorio italiano è regolato da accordi bilaterali, a partire dal Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 e dai successivi accordi tecnici che, almeno sul piano formale, prevedono il coinvolgimento e il consenso del Governo italiano per l'impiego delle infrastrutture in operazioni che non rientrino nella difesa dell'Alleanza. Ed è qui che nasce il dubbio.
Se davvero l'Italia ha negato l'utilizzo delle proprie basi per missioni offensive contro l'Iran, ogni dichiarazione che lasci intendere un loro impiego massiccio merita una spiegazione pubblica. Non per alimentare polemiche. Ma per difendere un principio democratico. Una cosa sono i voli logistici, il trasporto di personale, i rifornimenti, le evacuazioni, la ricognizione e il supporto tecnico. Ben altra cosa è autorizzare missioni direttamente destinate ad un attacco armato. La distinzione non è lessicale. È giuridica. Ed è politica. Naturalmente qualcuno potrebbe osservare che non sarebbe la prima volta che l'Italia interpreta in maniera estensiva il proprio ruolo nelle operazioni della NATO. Ed è qui che riemerge il precedente più controverso della politica estera italiana. Primavera del 1999: il Governo guidato da Massimo D'Alema autorizza l'impiego delle basi italiane e la partecipazione dell'Aeronautica Militare alla campagna contro la Serbia durante la guerra del Kosovo. Fu un intervento condotto dalla NATO, senza una specifica autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
La giustificazione politica fu quella dell'intervento umanitario per fermare le violenze contro la popolazione kosovara. Sul piano del diritto internazionale, tuttavia, quella scelta continua ancora oggi ad essere oggetto di un acceso dibattito. Anche allora la NATO non agiva in applicazione dell'articolo 5. Nessun Paese dell'Alleanza era stato attaccato. Non si trattava di difesa collettiva. Fu una decisione eminentemente politica. Ed è proprio questo precedente a rendere ancora più delicata la discussione odierna. Perché se nel 1999 l'Italia ritenne legittimo partecipare a un'operazione militare fuori dal perimetro dell'articolo 5, oggi il Governo sostiene una linea molto più prudente e restrittiva nei confronti di un eventuale coinvolgimento contro l'Iran. Una scelta che può essere condivisa o criticata. Ma che, proprio perché richiama principi costituzionali e norme internazionali, merita di essere sostenuta con la massima chiarezza e senza ambiguità.
Le democrazie non si misurano dalla quantità di bombe che sganciano. Si misurano dalla trasparenza con cui spiegano ai cittadini cosa autorizzano, cosa negano e soprattutto perché lo fanno. La vera sovranità non consiste nel proclamarla davanti alle telecamere. Consiste nel poter affermare, senza equivoci, chi decide davvero quando da una base militare situata sul territorio italiano decolla un aereo destinato a un teatro di guerra. Ed è per questo che le parole del Segretario generale della NATO non possono essere archiviate come una semplice formula diplomatica.
Se erano un'iperbole per compiacere Donald Trump, hanno finito per creare un problema politico ai governi europei. Se invece descrivevano fedelmente la realtà operativa, allora qualcuno deve spiegare ai cittadini italiani quale sia stato il reale livello di coinvolgimento del nostro Paese. In entrambi i casi, una cosa è certa: la trasparenza non è un favore concesso ai cittadini. È il primo dovere di una democrazia.











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