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Bologna, la verità non abita nei cortei ma passa dalla conoscenza dei fatti

di Alberto Scafella


C’è un copione che in Italia si ripete con una puntualità quasi scientifica. Accade un fatto tragico. Le indagini sono appena iniziate. Le responsabilità sono tutte da accertare. Eppure qualcuno ha già emesso la sentenza. Non un tribunale, ma la piazza.

A Bologna è successo di nuovo. La morte di Fakir è diventata, nel giro di poche ore, il pretesto per trasformare una manifestazione in guerriglia urbana contro le forze dell’ordine. E qui bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: chi partecipa a un corteo per colpire la polizia non sta chiedendo giustizia. Sta cercando un nemico. La differenza è enorme.

Una democrazia si fonda sul diritto di manifestare. Ma vive anche grazie al rispetto delle istituzioni e delle regole. Chi lancia oggetti contro gli agenti, devasta beni pubblici o cerca lo scontro fisico non esercita un diritto: commette un reato. E non rende un servizio alla memoria di Fakir. Al contrario, la utilizza come una bandiera da agitare per alimentare una battaglia ideologica che con la ricerca della verità ha poco a che fare. Nel frattempo, la giustizia fa ciò che dovrebbe fare: indaga. Le autorità stanno ricostruendo la dinamica dei fatti e verificando anche il comportamento degli agenti intervenuti. È esattamente ciò che deve accadere in uno Stato di diritto: nessuna immunità preventiva, ma neppure una condanna pronunciata dai social o dalle piazze. Sono emerse anche informazioni sul passato giudiziario di Fakir e testimonianze che lo descrivono in uno stato di forte alterazione durante l’intervento. Sono elementi che dovranno essere valutati insieme a tutti gli altri. Né assolutori, né accusatori per definizione: semplicemente fatti da verificare nel loro contesto.

Il problema, semmai, è un altro. Esiste una minoranza che sembra attendere ogni vicenda drammatica per trasformarla in un’occasione di guerriglia urbana. Cambiano i nomi, cambiano le circostanze, ma il copione resta identico: si invoca la libertà per giustificare la violenza. È una mistificazione che finisce per danneggiare proprio chi manifesta pacificamente e chiede trasparenza.

La libertà di protesta è un pilastro della Repubblica. La violenza politica, invece, non è un diritto. È il modo più rapido per sostituire i fatti con gli slogan e la giustizia con il tifo. Per questo, oggi più che mai, serve una scelta semplice ma decisiva: lasciare che siano le prove, e non i cortei violenti, a raccontare cosa è davvero accaduto. Perché una società matura non ha paura della verità. Ha paura di chi pretende di sostituirla con il rumore delle pietre e delle urla.

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