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Biden ha messo la freccia per svoltare, e gli Stati Uniti?

di Stefano Marengo|

Un piano di aiuti alle famiglie da 1.800 miliardi di dollari che si aggiunge a un piano di investimenti in infrastrutture di analogo ordine di grandezza; i salari minimi innalzati a 15 dollari l’ora, perché non è concepibile che “chi lavora 40 ore alla settimana viva sotto la soglia di povertà”; infine, la promessa di un incremento delle tasse a carico della “corporate America”, del famoso 1% che finora si è sottratto ai suoi doveri nei confronti della collettività. Questi, in sintesi, i punti toccati da Joe Biden nel suo discorso al Congresso. Ciliegina sulla torta, il Presidente ha liquidato senza mezzi termini l’economia “trickle down”, l’idea populista per cui i ricchi devono essere lasciati liberi di arricchirsi sempre di più perché parte della loro ricchezza “sgocciolerà” spontaneamente ai piedi della piramide sociale, a vantaggio di tutti. “It has never worked”, non ha mai funzionato, ha detto Biden di questo caposaldo dell’ideologia neoliberista. Ce n’era abbastanza per far imbestialire i repubblicani. E infatti le reazioni del Grand Old Party – o di quello che ne resta dopo la cura Trump – non si sono fatte attendere, con i cacicchi parlamentari della destra che hanno immediatamente accusato Biden di volere il socialismo. Ma davvero un provato centrista con cinquant’anni di carriera politica come Old Joe si è riscoperto radicale di sinistra proprio adesso che siede nello studio ovale? C’è da dubitarne. Anzi, a giudicarlo da sinistra, il suo discorso non è privo di zone d’ombra e di questioni non affrontate. Tanto per cominciare, il piano di investimenti infrastrutturali, pur ambizioso, ancora non soddisfa tutte le urgenze legate al contrasto al cambiamento climatico (e si sa quanto gli Stati Uniti siano disperatamente indietro su questo fronte). In secondo luogo manca ancora, nell’orizzonte delineato da Biden, una strategia di sviluppo di quella che Bernie Sanders ha definito “infrastruttura umana” (sanità, educazione, diritto alla casa). Pur con queste riserve, il discorso di Biden per molti versi segna davvero una svolta. Nelle sue parole sembra infatti affiorare tanto la presa d’atto del fallimento del modello di sviluppo che ha dominato gli ultimi decenni, quanto, di conseguenza, la persuasione che indietro non si torna, con buona pace di coloro che guardano al futuro sotto la specie del “ritorno” alla normalità. D’altra parte occorre anche osservare come, almeno a partire dalla crisi finanziaria del 2007-2008, negli Stati Uniti siano nati e si siano sviluppati movimenti che hanno coniugato la critica radicale del neoliberismo con proposte innovative di giustizia sociale. Cosa più importante, nel loro percorso questi movimenti hanno saputo influenzare settori significativi delle élites del potere USA, spostando sensibilmente a sinistra il discorso pubblico e l’agenda di governo. L’esperienza dei Democratic Socialists of America e dello stesso Sanders non sono che il più visibile precipitato politico di questa vicenda. Alla luce di questi elementi, e lasciando da parte fantasiose speculazioni, non è difficile capire perché il “moderato” Biden appaia oggi tanto “radicale”. Il Presidente è un politico di razza che sa benissimo quanto sia velleitario voler fermare l’acqua con le mani: fuor di metafora, Biden è cosciente che politiche in continuità col passato sarebbero assurde oltre che inutili. Insomma, se tra le virtù del buon politico c’è la flessibilità, Mister President sta dimostrando di possedere un insospettato talento nell’adattarsi alle circostanze. Ma che cosa ci riserverà il futuro? “Sul lungo periodo siamo tutti morti”, diceva Lord Keynes. Ad azzardare previsioni troppo dettagliate si corre il rischio di fare la figura dell’idiota o, peggio, del ciarlatano. Nessuno – neanche Biden – è oggi realisticamente in grado di dire se le misure annunciate diventeranno strutturali, configurando un paradigma di politica economica orientato a maggiore equità, oppure si riveleranno soltanto occasionali, buone per superare una fase di crisi acuta dopo la quale si tratterà di liberare, ancorché in modi e forme inedite, gli “animal spirits” del capitalismo più spregiudicato. Quel che è certo è soltanto che, nell’alternativa tra un keynesismo e un liberismo ripensati per il XXI secolo, a non essere messo in questione è il capitalismo stesso, ossia i suoi limiti. E questo non è necessariamente un bene.

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