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Biden e il ritiro dall’Afghanistan: rischi e conseguenze della “exit strategy”

di Germana Tappero Merlo|

“No more Vietnam” è stato uno slogan ripetuto alla nausea da politici ma soprattutto militari statunitensi nel corso degli ultimi decenni ogniqualvolta, in un contesto di grave crisi, la mediazione diplomatica internazionale falliva e l’intervento militare diventava, quasi, un obbligo. A quello slogan è seguito “basta con le stupide guerre”, anche se così non è stato nemmeno nell’operato di chi lo aveva coniato in campagna presidenziale e lo ripeteva come un mantra, ossia Barack Obama. Perché di fatto, nell’ultimo trentennio, sono cambiati la natura e il modo di fare le guerre ma, in sostanza, gli Stati Uniti non hanno mai deposto le armi. È successo anche con Trump, dai più considerato un pacifista: vero, se confrontato con un George W. Bush e lo stesso premio Nobel per la pace, Obama. Il primo per gli sciagurati interventi con “boots on the ground” (letteralmente “stivali a terra”, presenza fisica in operazioni di polizia o militari) in Afghanistan e soprattutto in Iraq, il secondo con interventi più tecnologici (droni) ma non meno micidiali. Ma anche Trump ha il suo record di interventi con droni, anche se concentrati nel Corno d’Africa.

Ora c’è Biden che annuncia il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan l’11 settembre 2021 (ossia 2500-3500 effettivi, inclusi i contractors privati di supporto), a vent’anni esatti dagli attentati che furono il casus belli di quel lungo intervento militare. “È ora di tornare a casa. Dopo l’uccisione di Osama bin Laden le ragioni per stare lì sono state sempre meno chiare”, ha dichiarato. Si tratterebbe ora di un ‘no more Afghanistan‘, quindi, alimentando il dibattito politico, diplomatico e militare interno agli Usa, ma con notevoli interrogativi anche in ambito Nato, sul futuro di quel Paese e della sicurezza internazionale. Perché, ed è bene ribadirlo, anche noi italiani (800 militari con ruolo di addestratori delle forze regolari afgane), come altri occidentali, siamo alleati degli Usa in quel contesto per combattere al-Qaeda e il suo terrore, così come pure i talebani, loro sostenitori, desiderosi di prendere il controllo dell’intero Paese. La logica, quindi, ci impone di chiederci se la minaccia terroristica, quella di al-Qaeda e Isis, che anche in Centro Asia si contendono la leadership eversiva globale, sia davvero finita e se le ambizioni talebane di far regredire quel Paese a condizioni di vita di secoli fa siano state sepolte definitivamente.

Purtroppo, le risposte sono negative. Al-Qaeda è viva e decisamente vegeta, anche dopo la morte di Osama bin Laden, nel 2011, e quella presunta dei suoi successori, a dimostrazione che la strategia di beheading, ossia di decapitazione dei suoi vertici con attacchi mirati, non sta funzionando. Men che mai, la minaccia terroristica dell’Isis, con le sue province o califfati sparsi in ogni dove, dall’Africa all’Asia. Perché il Califfato e il jihad sono progetti, sono sogni identitari di una parte dell’Umma, quella più radicale, violenta e con visione distorta del Corano, e il terrorismo è tattica per ottenerli. Il terrorismo è, in questo caso, parte delle nuove guerre, quelle ibride, che contemplano non più esclusivamente lo scontro armato convenzionale, ma numerosi altri campi e strumenti, dall’informazione al cyberspazio, dalla guerra economica a quella psicologica, propaganda e altro ancora, fra cui l’uso di forze irregolari e il supporto ad insurrezioni. Il terrorismo è quindi una tattica dei nuovi contesti bellici, non a caso in mano non solo ad attori non statali, ma anche a quelli statali che lo foraggiano, lo incoraggiano e lo utilizzano in guerre per procura in aree di conquista, dal Vicino Oriente all’Africa. Si tratta di quelle operations other than war (MOOTW) con nuovi protagonisti, in cui prevalgono l’asimmetria, la lunga durata e la natura insurrezionale. E con al-Qaeda e l’intera galassia del terrore sta succedendo proprio questo. Se la si continua a combattere, anche e soprattutto con droni, dal Waziristan (nord-ovest pachistano, santuario della sua leadership) allo Yemen, o là dove si ipotizzano presenze pericolose di ciò che è l’Isis, con i talebani, invece, già con Trump, si è cercato il dialogo. Difficile, molto complesso, mediato da terzi (Qatar e Turchia), ma per lo meno si sta provando. I toni non sono sempre cordiali, soprattutto di fronte al rischio, appunto, di ritardi nell’evacuazione delle forze statunitensi: è di queste ore, infatti, la minaccia-promessa dei talebani che, nel caso, sarebbero pronti a colpire personale Usa e Nato ancora presente in zona.

Il ritiro completo annunciato da Biden, infatti, è posticipato di alcuni mesi rispetto a quel maggio 2021 previsto dal suo predecessore. Tuttavia, Biden pare determinato ad agire, gradualmente, ma rispettoso della dead line di settembre, anche perché avvertito dai suoi consiglieri che, se si dovesse andare per le lunghe, soprattutto senza una chiara exit strategy dall’ambiente afgano, intravedono il rischio di una ripresa di combattimenti con i talebani. Insomma, non si tratterebbe proprio di ciò che quell’amministrazione intende come interesse nazionale. Perché, di fondo, è poi di questo che si tratta, ossia la volontà di Biden di spostare l’attenzione globale statunitense dalle campagne di contro-insorgenza, proprie della lunga guerra al terrore post 11 settembre, a quelle che considera altre priorità per la sicurezza US, ossia la crescente competizione militare con la Cina. Quindi, un’oscillazione da una guerra combattuta davvero, con boots on the ground e droni, dagli elevati costi sia umani che finanziari (circa 2500 soldati morti e 20.700 feriti solo in Afghanistan, con esborsi di trilioni di dollari sulle spalle dei contribuenti americani) ad un confronto, al momento solo temuto ma non concreto, minacciato da una nuova potenza più commerciale che militare, ossia la Cina. Ma allora, cosa dobbiamo aspettarci dal ritiro statunitense (e anche nostro, perché sarebbe troppo rischioso rimanere senza l’ombrello protettivo US) dallo scenario afgano? Gli Stati Uniti dovrebbero solo imparare dalle lezioni che le loro vicende belliche, lunghe settant’anni, hanno impartito loro: ma proprio la loro storia politica, che determina quella militare, ci insegna che non è così. Il ritiro US dall’Iraq, nel 2011, portò al rafforzamento di quel che rimaneva di al-Qaeda in Iraq di abu Musab al-Zarqawi (ucciso dai droni statunitensi nel 2006) che divenne l’Isis di al-Bagdadi e le tragiche vicende che sappiamo. I tentennamenti di Obama sull’intervento militare in Syraq, favorirono il prolungamento della guerra sul campo, ma anche la decadenza di leadership, come potere e immagine, degli Usa in quella regione, favorendo altri attori mondiali, come la Russia o addirittura locali, come Iran e Turchia, fra i tanti. Il ritiro ora dall’Afghanistan pone interrogativi circa la tenuta del governo di Kabul.

Biden promette sostegno, finanziario e anche militare, come difesa degli edifici istituzionali e un generico sostegno alla società civile, “in particolare le donne e le ragazze” che, nell’immaginario pubblico occidentale, sono le più sofferenti. In parte vero, ma la minaccia per l’intera società afgana sta in un ritorno al passato più cupo, se anche solo si avverasse la preghiera del portavoce dei talebani all’indomani dell’annuncio di Biden: “che l’Altissimo doni all’Afghanistan l’indipendenza e un forte governo islamico”. Un desidero che è anche un manifesto politico. Le guerre non sono la soluzione; soprattutto se lunghe, da occupazione straniera, senza la mediazione diplomatica di attori potenti. E nel corso di vent’anni di guerra afgana i protagonisti sono mutati e si sono moltiplicati, se proprio Biden spera in un’azione diplomatica congiunta fra Usa, Pakistan, Russia, Cina e Turchia per riportare la stabilità nella regione. Verissimo ed auspicabile. Tuttavia, Washington dovrebbe ricordare un’altra lezione della sua storia militare: ossia la sua incapacità di trasformare le sue vittorie militari (magari limitate, ma che ci sono state, e anche numerose) in vittorie politiche. Eppure lo aveva insegnato proprio un generale americano protagonista della seconda era della guerra nel sud Vietnam, quel Creighton Williams Abrams (1914-1974, successore di Westmoreland sul fronte del sud est asiatico) che aveva elaborato la strategia del “clear, hold, rebuild and engage”, secondo cui quando un’area è posta in sicurezza, l’obiettivo prioritario delle forze militari Us deve consistere nel suo mantenimento anche attraverso la ricostruzione sociale ed economica, con coinvolgimento della popolazione locale. Gli Usa non l’hanno ancora imparato e l’instabilità in Afghanistan, Iraq, Somalia e altro ancora, lo dimostra, destinandoli a quella Groundhog Day Syndrome (Il ricominciare daccapo) che toglie il sonno ai vertici militari Us, ossia il timore di combattere nuovamente sempre la stessa guerra, esperienza dopo esperienza, anno dopo anno, per i fallimenti della loro politica a gestire diplomaticamente scenari di crisi. E l’Afghanistan di oggi ha tutte le premesse per far rivivere quell’incubo.

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