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Aumenti dei tassi d'interesse: l'incontrollabile libertà di manovra della BCE

di Emanuele Davide Ruffino

Ci si rende conto che la nostra vita è sempre più condizionata dalle decisioni che prende la Banca Centrale Europea, né potrebbe essere diversamente in un mondo globalizzato, dove i competitor sono colossi di pari peso economico (USA, Cina, India), ma sicuramente più organizzati, con governi centrali consolidati e che gestiscono realtà più omogenee. L’esperienza britannica insegna che lasciare l’Europa non risolve tutti i problemi, anzi. Ma ciò non esclude che si possa ragionare sulle scelte operate, non tanto per esercitare l’affabile potere di critica che condiziona ormai ogni articolo giornalistico di successo, quanto cercar di capire gli effetti che le decisioni finanziarie della BCE impattano sull’economia reale: dal carrello della spesa, alle possibilità di sviluppo, dai mutui alle possibilità di investimento delle imprese.


Il fascino dei rimedi facili

Per usare un eufemismo tratto dal mondo sanitario, non è che se un farmaco fa bene, se si raddoppia la dose, fa doppiamente bene! Con il senno del poi è facile stilare giudizi, ma che sui tempi di applicazione di certe misure la BCE abbia prolungato i tempi oltre il necessario è un dubbio sollevato da molti analisti. Per rimanere nell’allegoria, è naturale che un chirurgo che sa svolgere molto bene un certo tipo di operazione, tenda a riproporla anche oltre i limiti dell’appropriatezza: compete però al sistema nel suo complesso regolare gli eccessi prima che questi diventino manifesti (o irreparabili). Non vi è dubbio che il whatever it takes adottato dall'ex presidente del Consiglio Mario Draghi abbia contribuito a salvare l’Euro, ma una volta salvata non bisognava adagiarsi sulle soluzioni adottate: dallo stampare moneta al Qe (quantitative easing, cioè una politica di acquisti di debito pubblico per ridurre i tassi a lungo termine), dalle operazioni di rifinanziamento delle banche alle politiche di comunicazione volte a rassicurare gli operatori economici.

Si tratta, c'est va sans dire, di operazioni che si sono rilevate utili e che lo potranno ancora essere, ma a preoccupare oggi è la scarsa duttilità che hanno rivelato, ad esempio, sulla gestione dei tassi di interessi mantenuti bassi per lungo tempo (e sicuramente tale operazione è stata di sostegno all’economia), ma il perseverare nella cura, anche quando già erano palesi le prime ondate inflazionistiche, ha compromesso i successivi interventi, così come ora, continuando ad alzare i tassi (come se fosse l’unico strumento antinflattivo, mentre si trascurano soluzioni volte ad accrescere il livello di concorrenza nei diversi settori) si compromettono le capacità di ripresa del sistema.

Nessuno conosce il futuro e preoccupano quelli che dicono di disporre di cure miracolose o di algoritmi che permetteranno di risolvere le crisi: l’economia è produrre ricchezza e sicuramente la finanza può e deve supportarla, ma non può sostituirla, e se usata male può comprometterla ed oggi con l’insistere nell’aumento dei tassi di interessi, come unica medicina per combattere l’inflazione (imprudentemente lasciata fuori controllo), si corre questo rischio. Ma chi oggi è autorevolmente e politicamente in grado di contrastare la BCE?


Tra illusioni e realtà

In economia tutto è collegato e “non ci sono pranzi gratis”: se si cura un aspetto occorre considerare gli “effetti collaterali” e i costi che l’operazione comporta. Inoltre, non tutti i Paesi europei versano nelle stesse condizioni e, di conseguenza, la stessa medicina produce effetti diversi.

Chi ha poco debito sicuramente può tollerare meglio un aumento dei tassi: l’Italia invece dovrà pagare 14-15 miliardi per l’effetto dell’aumento dei tassi (ammesso che ciò non generi un ulteriore clima di sfiducia, con impatto sullo spread, come sta avvenendo, peraltro) e a ciò si aggiungono i 30 miliardi derivanti dal Bonus edilizio (le scelte economiche dissipatrici, prima o poi si pagano). Le campagne elettorali si vincono promettendo benefici a tutti e sottacendo chi poi ne dovrà pagare il prezzo, prima o poi. Ed in questa fase si comincia a prendere coscienza di chi deve pagare il prezzo di politiche eccessivamente espansionistiche, non tollerate dal sistema.

I provvedimenti economico-finanziari devono potersi basare su una logica intrinseca per reggere alla prova del tempo: l’errore maggiore è quello di adottare un provvedimento estemporaneo e poi doverlo sovvertire nel breve tempo, perché insostenibile. Oltre al già citato bonus edilizio (un provvedimento classista, a ben guardare) si può ricordare anche quota 100, di cui si sono avvantaggiati quelli nati in una “buona annata”. Cui vanno aggiunti i bonus acquisti case green, i bonus condizionatori, il bonus mobili, il bonus tende da sole, il bonus verde, il bonus zanzariere, il bonus barriere architettoniche, bonus famiglia, il superbonus 90 e altri ancora che hanno fatto felici alcuni fruitori e alcune aziende fornitrici, lasciando ancor più in difficoltà il Paese. Non una ricerca di sostegno ai “beni meritori” (i merit goods), ma una soddisfazione delle esigenze immediate.

In un Paese ad alto tasso di burocratizzazione (ci giochiamo il primato con la Grecia) a fruire maggiori vantaggi non è detto che siano stati i più bisognosi, ma chi è stato più veloce ad approfittarne: i più bravi a cogliere tempestivamente le opportunità o, forse, i più conviventi con il sistema (il tutto a dispetto delle regole di mercato). Forse all’assioma “mercato contro popolo”, occorre sostituire “realtà contro illusioni”.

In questo contesto, i vincoli che le autorità tendono ad imporre per impedire degenerazioni (tetto di bilancio e patto di stabilità) sono semplicemente dei richiami alla realtà che, in Italia, si tendono a sottovalutare, salvo poi, periodicamente, ricorrere ad un Governo tecnico, che rimetta ordine con manovre “lacrime e sangue” (però ci piace vivere per un po’ di anni nel mondo dei sogni).

Gli alchimisti della BCE sono chiamati ad un lavoro difficilissimo: quello che però manca è una visione comune su come far crescere la società senza creare illusioni, ma predisponendo programmi politici solidamente ancorati alla realtà: chissà se alle prossime elezioni europee saranno avanzate ipotesi qualificate o si chiederà alla BCE, e alla sua presidenza Christine Lagarde di fare da capro espriatorio, altre manovre miracolose per superare il momento contingente e, di fatto, permettergli un’incontrollata libertà di manovra.

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