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Attentato a Peshawar: mistero sulla rivendicazione del TTP


I feriti sono oltre duecento, i morti 93. Questo il pesante bilancio, cresciuto di ora in ora, dell'attentato di ieri (guarda il video) in una moschea di Peshawar, in Pakistan, città di confine con l'Afghanistan. Ultimo e terribile atto di una strategia terroristica che vede protagonista il TTP (Tehrik-e-Taliban Pakistan), l'organizzazione talebana che al pari dell'omologa afghana punta alla conquista del potere. Ma, nella circostanza, l'organizzazione ha negato ogni responsabilità, né ha confermato la rivendicazione, spiazzando i media, compresi anche quelli arabi. , che che ne avevano .

Al contrario, è indubitabile l'offensiva scatenata dal TPP negli ultimi tre mesi, all'indomani della tregua interrotta con il governo centrale di Islamabad. Si tratta di un'ondata di terrore con 140 attentati, in un crescendo di violenze che si era già manifestato lo scorso anno: 360 azioni rivendicate, con un aumento del 27 per cento rispetto all'anno precedente, secondo quanto affermato dalla stessa organizzazione.

Gli attentati si sono concentrati soprattutto nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa e hanno causato oltre 1.000 morti e feriti.

La strage a Peshawar è stata amplificata dal crollo di un mira sui fedeli raccolti in preghiera, per lo più poliziotti. La moschea, infatti, si trova all’interno di un complesso in cui sono presenti anche il quartiere generale della provincia del Khyber Pakhtunkhwa e un reparto anti-terrorismo. Il ministro della Difesa pakistano, Khawaja Asif, ha dichiarato che l’attentatore si trovava in prima fila durante la preghiera.

L'azione terroristica è stata descritta da fonti d'agenzia, come la vendetta per l'uccisione del leader del Ttp Omer Khalid Khorasani, il cui vero nome era Abdul Wali Mohmand, avvenuta nell'agosto 2022 per l'esplosione di una mina lungo la strada nella provincia afghana di Paktika. Il TTP ha accusato della morte del suo leader i servizi segreti pachistani (Isi) da cui lo stesso TTP è stato protetto per anni, in uno sporco e cinico gioco di coperture e complicità, peraltro universalmente diffuso.

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