Allora, vogliamo parlare della prigionia di Dina Alberizia perché ritorni subito in Italia o deve finire come per Alberto Trentini?
- La Porta di Vetro
- 19 giu
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Aggiornamento: 19 giu

Stamane alle 8.08, a Filo diretto, proseguimento di Prima pagina, storica rubrica da Radio Rai Tre, il conduttore della settimana Luca Bottura ha messo in onda una telefonata da Torino. Dall'altra parte, una voce di donna, tesa, triste, ma di una tristezza che cerca di soffocare rabbia e angoscia, e appassionata ad un tempo, ha riproposto la situazione kafkiana in cui è precipitata Leonarda Alberizia, insieme a un altro nostro connazionale Domenico Centrone, e ad alcuni militanti della Global Sumud Land Convoy.
Leonarda, per gli amici Dina, è l'educatrice torinese fermata ed arrestata dalla polizia libica nei pressi di Sirte, città a grandi linee equidistante tra Tripoli ad ovest a Bengasi ad est, mentre cercava di portare aiuti alimentari a Gaza. Di lei non si ha notizia da domenica 24 maggio. Il Consiglio comunale di Torino ha votato lunedì scorso, 15 giugno, un ordine del giorno per la sua liberazione, e nel pomeriggio del giorno successivo si è svolta una manifestazione pubblica in piazza Castello grazie alla sensibilità degli amici di Dina.[1]
Dal 24 maggio sono trascorsi 26 giorni. Un lasso di tempo più che sufficiente, lo sottoscriviamo ispirandoci al buon senso, per una verifica burocratica su Dina Alberizia e compagni, e mettersi in contatto con l'ambasciata italiana (o le ambasciate?) in Libia, anticamera per un passo ufficiale del Ministero degli Esteri italiano. Invece, nulla. La vicenda è diventata indistinta nella nebbia del silenzio. Eppure, se non altro per effetto transitivo, pensando ai lager dei centri di detenzione per migranti che l'Unione Europea finanzia in Libia, non si ha ragione di credere che le galere di quel paese siano equiparabili ad alberghi della catena Hilton. Quindi, non è allarmismo la preoccupazione diffusa per le precarie condizioni in cui è costretta a vivere Dina Alberizia.
Conclusione. A parte l'avversione demagogica condita da amene faziosità che in questi frangenti non mancano mai, ci si eviti commenti sul fatto che Dina poteva rimanere a casa. No, Dina non è rimasta tranquilla a casa, ma ha sentito l'esigenza morale e civica di sostenere i palestinesi di Gaza. Lo ha fatto per molti, tanti di noi. Ora tocca noi fare qualcosa per lei. E possibilmente in fretta.
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