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Allons enfants de la Patrie....... Le jour de gloire est arrivé!

Aggiornamento: 29 feb

di Menandro


Il presidente della Francia Emmanuel Macron, dal cognome pronunciato il più strettamente possibile con cupezza nasale in modo da renderlo incomprensibile ai più, è alla ricerca del suo giorno di gloria. E come il suo connazionale che si fece imperatore, ha deciso di cercare la grandeur rivolgendo le attenzioni (non benevole, né affettive, ma delle armi) alla Russia, non per liberarla dalle catene, ovviamente, dello Czar Alessandro I, ma del più modesto borghese Vladimir Putin, che si è praticamente nominato presidente a vita con i soliti artifizi istituzionali che contraddistinguono, per usare un ossimoro, le democrazie illiberali. Giusto e corretto. Così si comporta un vero francese, figlio della Rivoluzione!

Se vera gloria dev'essere, non è pensabile mobilitare l'Armée con i suoi magnifici e valorosi parà della Legione Straniera dalle scintillanti medaglie contro il Principato di Monaco, per citare il più piccolo e più vicino dei regni sovrani, che ospita sulla Costa Azzurra, a godersi il mite clima e ancora il più mite regime fiscale, quel gruppetto di ricchi e famosi con cui l'Eliseo condivide allegramente la jet society. Ci sono momenti, e Macron lo vive con grande passione, come lo visse prima di lui un uomo affacciandosi dal balcone di Palazzo Venezia a Roma, che "un'ora segnata dal destino batte nel cielo della [nostra] patria. L'ora delle decisioni irrevocabili".

E per la Francia, nella Seconda guerra mondiale travolta da Hitler e costretta a sopravvivere nella vergogna della mortificante e collaborazionista Repubblica di Vichy guidata dal maresciallo Philippe Pétain, che si è ritrovata a singhiozzare sui cascami del suo colonialismo a Dien Bien Phu, in Indocina, umiliata dal generale vietnamita Giap, che ha subito la cacciata dall'Algeria, nonostante l'invio di squadre di esperti torturatori per minare lo spirito dei patrioti del Fronte nazionale della Liberazione algerino, e la presenza del generale golpista Jacques Massu, è l'ora di scrivere pagine nuove di storia. E la pianura russa, a oltre due secoli dall'invasione finita in tragedia di Napoleone Bonaparte, si presta al migliore degli aneliti di rivincita. Vive Macron!

Con queste premesse, i cittadini europei avranno compreso quanto il presidente francese sia l'uomo del destino all'altezza del Panthéon di quegli uomini illustri che hanno garantito la pace dal 1945 con la forza delle idee. Uomini come Conrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet, Paul-Henry Spaak, Altiero Spinelli, Alcide De Gasperi, i padri dell'unità tra popoli secolarmente in lotta tra di loro e attori di guerre di aggressione a ripetizione, camminando per decenni con prudenza, mai pavida, su quel sottile filo della diplomazia che ha evitato lutti e distruzioni. Lo stesso presidente Charles De Gaulle, quando annunciò al mondo l'ingresso del suo Paese tra le nazioni nucleari, lo fece con modestia (per la verità innaturale nei francesi), privilegiando la motivazione difensiva a quella offensiva, limitandosi a dire, vuole l'aneddotica, che la "piccola bomba" sarebbe servita alla Francia e, forse, "anche alla America", rispondendo con una delle sue proverbiali battute argute alle insistenze di un giornalista yankee. Vive la France!

Ma la situazione ora è cambiata e impone, secondo Macron, un addio alla pace. E si impone per la sicurezza dell'intera Europa, la sfida alla potenza nucleare geograficamente più estesa del mondo, più o meno la stessa che dai tempi della Guerra fredda dell'Impero del Male di sovietica memoria, minaccia l'Europa un giorno sì e un altro ancora. Quindi il passo bellicista in avanti di Emmanuel Macron, la mobilitazione della Force de Frappe, è da apprezzare. Del resto, l'Europa ha fin qui sostenuto la pace per fermare il macello in Ucraina con un impegno soltanto di poco inferiore all'invio di armi Kiev. O no?

Tra l'altro, si tratta di forniture che il presidente ucraino Zelensky reclama quotidianamente per non capitolare davanti al nemico moscovita sempre con estremo garbo e mai teatralmente, come potrebbe invece essere suggerito a fare per le sue note capacità istrioniche di attore comico di successo. C'è soltanto un neo, però: quelle stesse forniture sono, secondo un recente articolo pubblicato da Bloomberg, sotto la lente d'ingrandimento dell'ispettore statunitense inviato in Ucraina Robert Storch, il quale da solerte e integerrimo funzionario dell'establishment ha ritenuto onesto aprire una cinquantina di indagini penali sulla gestione degli aiuti per reati che abbracciano un fronte di illegalità che si estende dalla "frode negli appalti, alla sostituzione di prodotti, furto, corruzione e diversione".

Nulla che non sia arcinoto nel torbido mondo delle armi, dove il mercato legale è soltanto di facciata per i comunicati stampa, prima di dare inizio alla più spietata e cinica alleanza con il mercato criminale che spiana la strada al sistema tangentizio, favorisce la creazione di fondi neri, alimenta gli eserciti privati assoldati per le guerre locali.

A stretto giro di posta, dietro Macron, in tuta mimetica e M16 imbracciato, è spuntata la signora prezzemolina, al secolo Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, che al grido di "armiamoci e partite" ha inneggiato alla guerra per la sua personalissima campagna elettorale. Scrivere di lei è piombo (tipografico, sia chiaro) sprecato. Parafrasando il grande corsivista Fortebraccio, che corre sempre in soccorso in questi casi dei suoi numerosi epigoni, i corridoi del palazzo di Bruxelles sanno bene che "quando si apre la porta dell'ufficio della Presidenza, non si vede mai uscire nessuno...".

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