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All’alba dell’antiscienza: dogmatismi senza dogmi

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi |


Ad osservare la nostra società si riscontra una diffusa negazione dei dogmi (contestando qualsiasi verità fino al punto di parlare di “antiscienza”) lasciando però ampio spazio al dogmatismo che porta ad accettare le conseguenze delle verità costantemente messe in discussione. Si percepisce una dominante voglia di certezze, tendendo a fare proprie informazioni circolanti sul web (o forse sarebbe più corretto parlare di “far web”) ma poi diffidare delle medesime o darne un’interpretazione esasperata, andando così a realizzare un dogmatismo senza dogmi (cioè si combatte ma non si sa di preciso per cosa).

La scienza rappresenta il risultato delle elaborazioni del pensiero, codificate sul piano teorico grazie al supporto delle esperienze pratiche. Da ciò consegue una costante messa in discussione delle autorità e delle certezze acquisite. Per contrapposto l’antiscienza cerca soluzioni facili, immediati e comprensibili, con il rischio di degenerare in opinione. Il problema della conoscenza già presente agli albori della civiltà occidentale, viene ora autorevolmente riproposta sia per quanto concerne i metodi di apprendimento, sia a causa dei mezzi di comunicazione oggi disponibili e sulle sue modalità di trasmissione. Primo: mettere in discussione ogni verità

Qualsiasi conoscenza proposta viene infatti immediatamente contestata. I contrasti della nostra società si possono sintetizzare nella non coincidenza fra la necessità di credere in qualcosa e il non riconoscere la consapevolezza dei limiti della conoscenza umana: nulla è certo, anche se abbiamo bisogno di certezze. Ne consegue che ogni verità deve essere messa in discussione, sia pur con il rischio di generare confusione, perché ciò è la precondizione per lo sviluppo scientifico. Nel tentativo di descrivere i comportamenti conseguenti allo tsunami sociale provocato dalla Covid-19 emergono concetti che si ritenevano ormai dimenticati: si viveva nell’illusione che il razionalismo avesse pervaso la nostra società portandola a riconoscere nella ragione il metodo per procedere nell’acquisire le conoscenze e per assumere le decisioni di interesse generale. La gestione della società dovrebbe rispondere a «principi fondanti», individuabili intuitivamente o sperimentalmente, come gli assiomi della geometria, le regole della meccanica e i postulati della fisica. Il tentativo perseguito è quello che si possa arrivare ad una corretta interpretazione della realtà e dei suoi possibili sviluppi in una logica funzionale, sulla strada tracciata da Kant che provò a proporre un atteggiamento (il criticismo) per tentare l’esplorazione razionale di sfere conoscitive, ancorché non immediatamente accessibili alla ragione stessa. La realtà invece propone situazioni dove è difficile ricostruire la stessa logica dei comportamenti assunti davanti agli episodi che la pandemia propone. Esperienza concreta e realtà virtuale

Se il dogma rappresenta l’accettare per vero o per giusto, senza esame critico o discussione, un concetto, il dogmatismo facendo propri alcuni dogmi ricava da questi un sistema di verità, indipendentemente dai fatti e dalle esperienze. Gli atteggiamenti assunti, anche dagli uomini di scienza, di fronte ai problemi posti dalla pandemia sembrano prendere le mosse dall’assoluta conoscenza del vero, indipendentemente dai fatti e dalle esperienze che l’evolversi della pandemia ha proposto (una visione dogmatica degli avvenimenti, senza attendere il riscontro dalla realtà). I nuovi dogmatismi dell’epoca virtuale portano a esasperare gli atteggiamenti (più che a riflettere sui dogmi): c’è chi vuole aprire tutto e subito, chi mantenere rigidi lockdown, chi vuole innalzare templi per venerare i vaccini (e qualcosa di simile si è anche provato a fare con le “primule”), chi ci vede solo un affare per le multinazionali, chi vede nelle mascherine uno scudo impenetrabile, chi un prodotto altamente inquinante che limita la libertà individuale e via di questo passo. I dati che provengono dall’esperienza concreta non sembrano servire per sviluppare un ragionamento ma solo per confermare o negare una tesi già acquisita e che non si è più disposti a mettere in discussione. Non si può evitare la domanda su come mai, l’atteggiamento del pensiero contemporaneo delle masse soggiogate dai mass media e dai social network necessiti immediatamente di verità assolute, per cui l’accettazione di un concetto è determinata non già dalla dimostrazione del suo fondamento razionale (e forse neanche più dal riconoscimento di un’autorità che lo elabora), ma semplicemente dal modo con cui viene presentata. Con questi presupposti diventa difficile avviare quel confronto dialettico, quale metodo per mettere in discussione ciò che si presume di aver appreso come verità, con visioni e interpretazioni diverse dalla propria, al fine di raggiungere un più elevato livello di conoscenza. Tali atteggiamenti derivano dal modo stesso con cui vengono comunicate e gestite le informazioni: non si ricerca “la” verità, ma si propugna “una” verità che non deve più essere messa in discussione, perché ciò potrebbe inficiare la credibilità del soggetto che la elaborata (o semplicemente l’ha fatta propria). L’intransigenza nel comunicare un’idea diventa così elemento base dell’efficacia comunicativa, tanto più efficace quanto più riesce a evitare di prendere in considerazione dubbi, obiezioni e critiche. Anzi il proporre in modo caotico ed incessante, come una pioggia tempestosa, un’infinità di notizie non lascia più il tempo per pensare, obbligando il soggetto ad accettare una delle ipotesi proposte, come verità indiscutibile: in altre parole il trionfo del dogmatismo addirittura sugli stessi dogmi.

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