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Al di là del bellezza e del futuro di Enea

di Amelia Andreasi Bassi


Dal giorno di Pasqua, attraverso una dolorosa notizia di cronaca, la storia del piccolo Enea, lasciato dalla madre (anonima) presso la Clinica Mangiagalli di Milano, sono molti gli italiani e le italiane che hanno avuto modo di scoprire l’esistenza delle “culle per la vita” e “del parto in anonimato”, due istituti attivati circa vent’anni fa da una cultura politica e un’attività legislativa che vedeva affermata l’idea del bambino come soggetto di diritti universali e specifici quali sono la cura e l’educazione.

Un’idea nata da un processo lungo e faticoso, sostenuto dall’elaborazione competente delle operatrici e degli operatori socioeducativi, dal dibattito pubblico, dai contributi di sociologi/ghe, giuristi/e, neuropsichiatri/e indirizzato a comprendere e accogliere le trasformazioni profonde e spesso sotterranee in atto nelle famiglie e nella configurazione sociale e culturale del Paese.


Il diritto all'educazione e alla crescita

Un processo virtuoso, favorito dal dettato della nostra lungimirante Costituzione (art. 2 e3) e dalla “Convenzione internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” (1989), che ha consentito il pieno riconoscimento al bambino del “diritto ad avere diritti” (Rodotà, 2012), divenuto concreto attraverso scelte politiche e legislative come quelle relative ai due servizi di cui stiamo parlando in questi giorni.

Un’impostazione culturale dettata dalla consapevolezza che, come scrive Francesca Linda Zaninelli, “… il diritto all’educazione comprende il diritto a condizioni di crescita, di sicurezza, di apprendimento, di socializzazione che assicurano nello specifico il diritto a sviluppare le proprie potenzialità, al benessere come condizione psicofisica di sviluppo ottimale.”

In questa visione i bambini e le bambine non sono più pensati solo come figli e figlie dei loro genitori e delle madri, in particolar modo. La loro vita non è più solo legata a quella delle donne e alle loro condizioni e la loro educazione non è più solo un fatto privato, ma riguarda la collettività intesa come comunità di funzioni e legami che vivono di reciprocità.

Sappiamo bene come le disuguaglianze siano particolarmente insidiose per i bambini e le bambine nei primi mesi e anni di vita, il periodo più vulnerabile e anche potenzialmente più importante per il loro sviluppo, e lo sono perché legate alle condizioni socio economiche e culturali delle famiglie d’origine e ulteriormente complicate dal fatto che in Italia, alle disuguaglianze socioeconomiche si intrecciano quelle geografiche e territoriali.


L'analisi del Forum Disuguaglianze e Diversità

A questo riguardo Fabrizio Barca, coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità, ci informa che la Banca d’Italia l’anno scorso ha rivisto drasticamente al rialzo le sue stime degli indici di disuguaglianza confermando che la situazione in Italia è tra le peggiori d’Europa e che “le basi dell’uguaglianza rappresentata da un sistema di welfare universale in Italia sono profondamente erose e aggravate ora dalla strada dell’autonomia differenziata”.[1] Nel riconoscere invece il valore del forte obiettivo assegnato dal progetto del PNRR relativo alla fascia 0-6 anni che accede ai servizi socio educativi dove non ci si ferma alle infrastrutture, ma si prevede anche un fondo ordinario di oltre un miliardo per il loro funzionamento, Barca rileva come non ci sia stata intorno ad esso una “mobilitazione emotiva” nel Paese e si chiede: “Ci sono decine di migliaia di famiglie che sanno che tra tre anni gli cambia la vita perché ci saranno più posti nei nidi? Si sono accompagnati i territori più arretrati perché non restassero indietro? No”. Una risposta lapidaria che fotografa anche l'arretramento politico e sociale del Paese.

La mobilitazione emotiva, per lo più giudicante, cui abbiamo invece assistito attorno alla culla per la vita della Clinica Mangiagalli di Milano fa emergere la distanza esistente tra la grande fiducia nel servizio sociosanitario di una donna in difficoltà e l’incapacità di comprensione di certo personale medico, quanto di una parte del giornalismo nazionale, ma soprattutto fa scorgere l’abisso esistente tra la forza e la saggezza amorevole di una madre che riesce ad immaginare il futuro del figlio anche al di là di se stessa e l’incapacità di certa politica di guardare con responsabilità e cura al sistema di servizi sociali, sanitari ed educativi costruito in decenni di investimenti culturali, relazionali, economici, di reti territoriali, che rappresenta uno dei pilastri fondamentali su cui ancora può fare affidamento la nostra malconcia comunità.


Riprendiamoci l'idea di comunità

E’ sempre più evidente come essa sia sempre più frammentata e divisa da grandi differenze di opportunità, con persone spesso inserite in reti familiari e sociali troppo deboli e con percezioni del futuro cariche di incertezza e preoccupazione. E dove, ancora troppe giovani donne si ritrovano ad affrontare in solitudine la scelta della maternità e dove anche i padri, giovani e meno giovani, non sono in grado di usufruire degli strumenti di supporto alla genitorialità, come confermano gli stessi dati sui congedi parentali.

Sembra che in contesti sociali così affaticati e al tempo stesso bersagliati da modelli culturali basati sull’individualismo, la corsa al consumo ed al successo, meglio se facile da conseguire, si sia dimenticata l’idea stessa di comunità, fatta di rapporti umani reali e capaci di generare mutualità, senso di sicurezza sostegno e fiducia reciproca.

L’istituto dell’affido familiare dei minori che nel dibattito di questi giorni è stato spesso evocato come strumento per affrontare le difficoltà temporanee della funzione genitoriale di una coppia, normato dalla legge del 1983 (Legge n. 184 intitolata Diritto del minore a una famiglia) , si rifà ad una prassi comunitaria spontanea già vigente in modo quasi naturale fin dalle comunità rurali dei secolo scorso. Uno strumento legislativo che per produrre tutte le sue ricadute positive richiede tuttavia una società che riscopre prima tutto la fiducia in sé stessa, nella forza delle sue istituzioni, nel valore umano e sociale delle sue relazioni e la capacità di immaginare il futuro dei suoi figli. Proprio come la madre di Enea.


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