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Afghanistan: la politica di “guerra e pace” dei talebani

di Michele Ruggiero|

Quanto valgono quattro anni in Afghanistan? Se usiamo il parametro dell’aspettativa di vita alla nascita, è pari a poco meno dell’8 per cento, poiché la popolazione afghana – 38 milioni – vive in media 52,1 anni, una delle più basse del mondo. Se la si confronta con i Paesi confinanti del centro Asia, la differenza risulta impressionante: Pakistan e Tagikistan godono di un’età media di 69 anni, il Turkmenistan 71, l’Iran 74, l’Uzbekistan 75, la Cina 76 (fonte CIA World Factbook). Ma potrebbe andare diversamente in un Paese che vive in guerra da oltre quarant’anni, diventata guerra civile dopo l’uscita di scena dell’Armata Rossa e il sostegno dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Novanta? La guerra del presente è quella dei talebani che sono ad un passo dal potere. Così se la domanda la si gira al movimento radicale islamico, si scopre che il lasso di tempo che intercorre dal 2017 a oggi ha un solo significato, quantomai preciso, come si può comprendere dalle cartine: la perdita di potere del legittimo governo del presidente Ashraf Ghani a favore dei fondamentalisti. Nei fatti, l’Afghanistan è sotto il controllo dei talebani.

Una forza politica e militare che dopo il ritiro del contingente Usa e dei Paesi Nato, si può permettere il lusso di giocare dialetticamente (e non solo) con il governo ufficiale e di assumere una posizione ambivalente: da una parte, con il portavoce Suhail Shaheen, si dichiara disponibile a proseguire i negoziati; dall’altra è indisponibile a sospendere le ostilità fino a quando non entrerà (armi in pugno) nella capitale Kabul per dare corso alla resa dei conti con gli avversari politici. Un film già visto e più volte proiettato nelle principali città afghane. Del resto, i talebani hanno le carte migliori in mano e il tempo gioco a loro favore. A favorirli è il momento critico e di sbandamento (politico e psicologico) diffuso nel Paese, insieme alla consapevolezza di essere più forti sul piano militare rispetto al passato, grazie ad un arsenale bellico competitivo e al supporto dei Paesi confinanti, sensibilmente migliorato negli ultimi anni. Appunto, negli ultimi quattro anni, come mostrano le cartine, che rivelano a loro volta una situazione deteriorata già prima dell’ammaina bandiera Usa, quanto l’inefficacia delle operazioni militari dell’Occidente. Ma non solo. L’incapacità militare espressa in anni di guerra e di miliardi di dollari bruciati non soltanto non ha scalfito l’asse economico dei talebani che si poggia sulla coltivazione di oppio (nel quinquennio 2015-2020, l’84% dell’intera lavorazione dello stupefacente, e non solo quello legale, secondo agenzia Onu per le droghe, proveniva dall’Afghanistan), ma ha rivelato il fallimento politico e diplomatico dell’Occidente, incapace di rafforzare adeguatamente il governo centrale di Kabul per mancanza di leadership da parte degli Stati Uniti, sia con la presidenza Obama, sia con quella di Donald Trump e in finale di partita con Joe Biden. Uno spazio temporale e politico che Russia, Turchia e Cina, in primis, hanno interpretato come un segnale di via libera in Afghanistan, con tutte le implicazioni sia economiche, sia diplomatiche immaginabili.

Visti da vicino i comportamenti dei tre sono univoci e orientati “alla pacificazione dell’Afghanistan”: la Turchia (unico stato musulmano interno Nato) si propone come garante del contenimento dei talebani e mette mano al controllo dell’aeroporto di Kabul per garantire anche alle forze Usa un’uscita tranquilla; a sua volta la Russia di Putin è interessata al dialogo con i fondamentalisti per contenere il rischio di un nuovo allargamento a macchia d’olio del terrorismo di alQaeda e di IS nei suoi territori con cui garantire la sicurezza agli stati dell’Asia centrale che ruotano economicamente e commercialmente nella sua orbita; infine, c’è la presenza del gigante cinese “delegato” dai talebani “a svolgere un ruolo importante nel processo di riconciliazione pacifica e di ricostruzione in Afghanistan”. Insomma, a ognuno il suo, mentre sullo sfondo, con l’Occidente muto, cieco e sordo come le tre scimmiette, prosegue il conflitto segnato da pile di vittime innocenti. La Missione delle Nazioni Unite (Unama), nell’ultimo rapporto che riguarda il primo semestre dell’anno (in riferimento allo stesso periodo del 2020), denuncia che i morti civili sono aumentati del 47 per cento. Tra gennaio e giugno, 1.659 civili sono rimasti uccisi e 3.524 feriti. E l’aumento delle vittime civili si è registrato proprio nei mesi di maggio, in coincidenza dell’inizio del ritiro delle forze della coalizione, e giugno. Stando al rapporto, 783 civili sono rimasti uccisi e 1.609 feriti solo in questi due mesi. Non a caso, in riferimento alla resa dei conti di cui sopra, i talebani procedono all’uccisione sistematica e con efferata crudeltà di civili che hanno collaborato con le forze occidentali, con una modalità simile a ISIS in Iraq nel 2014 in avanti. E il loro portavoce, il già citato Suhail Shaheen, nei colloqui di Doha, sostiene che non prenderanno di mira Ong, diplomatici e lavoratori stranieri, “ma solo le forze militari straniere e governative che ostacolano il nostro processo di stabilità”. Nella sostanza, il quotidiano dei civili afghani è diventata un girone dantesco infernale. E nei report, nemmeno velatamente, si parla di sconfitta degli Usa e alleati. Ma non è ancora chiaro se per decenza o per viltà.

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