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A margine della manovra finanziaria...


di Emanuele Davide Ruffino e Carla Bertinetti


In America si dice che nei primi 100 giorni di governo, emanando le norme che determineranno la politica della nuova classe dirigente, poi semplicemente si amministra. In effetti per verificare la validità delle soluzioni adottate, queste devono essere adottate tempestivamente affinché possano esplicitare i loro effetti. Se i

provvedimenti fossero adottati al termine della legislatura e poi fossero attuati da altri sarebbe difficile constatarne il merito. Tutti i nuovi governi democratici devono essere sottoposti a giudizi, ma questi dovrebbero essere formulati in base a logiche razionali seguendo le tecniche di audit economico-sociale che, per manifestarsi compiutamente, occorrono di tempi sufficientemente ampi, circoscrivendo gli interventi estemporanei a specifiche situazioni emergenziali.



La logica delle democrazie prevede che chi vince le elezioni è chiamato ad attuare i programmi con cui si è presentato al corpo elettorale: situazione che si complica in un contesto di altissima incertezza e con tempi strettissimi per l’approvazione della Legge per evitare l’esercizio provvisorio (e con tutti gli attori impegnati a ricercare visibilità più che a ragionare sulle soluzioni). È ovvio che in campagna elettorale si accentuino i messaggi in modo da far pervenire, in forme maggiormente esplicite, le intenzioni, ma poi occorre adeguare l’azione governativa alla realtà contingente: i tempi turbolenti che stiamo vivendo, ed ancor più l’abitudine d’invocare sistematicamente “l’urgenza”, fanno cadere in secondo piano le capacità di mantenere gli intenti programmatici e i tentativi di muoversi in una prospettiva di lungo termine.


L’Italia alle prese con la Legge finanziaria

Rimane però l’obbligo di confrontare quanto annunciato, con quanto si provvede a realizzare, indipendentemente dalle situazioni contingenti (peraltro in gran parte già conosciute da prima delle elezioni).

Nella fattispecie italiana, la riforma fiscale rischia di tramutarsi in qualche piccolo aggiustamento che influenzerà relativamente poco sul peso fiscale che si colloca tra i più alti al mondo e che compromette le capacità attrattive del nostro Paese: la diminuzione delle imposte, quanto mai opportuna sui prodotti di prima necessità e l’adeguamento del cuneo fiscale, per essere credibili e mantenibili nel tempo, devono essere accompagnati da una riduzione della spesa pubblica (ma il Parlamento uscente, al di là dei proclami, non è riuscito a ridurre neanche le proprie spese, che rimane costante sul miliardo di Euro).

La stessa cosiddetta Amazon tax, se non ben organizzata (eventualmente per aree geografiche), avvantaggerà il micro commercio locale delle metropoli, ma penalizzerà ulteriormente le zone rurali. La riforma pensioni va verso un altro provvedimento estemporaneo con validità di un anno, (sembra una lotteria che, di volta in volta, avvantaggia o svantaggi qualcuno, ma certamente crea diseguaglianze e contraddizioni) e che lascia cittadini e imprese nell’incertezza, impedendo una realistica programmazione nella gestione delle risorse umane (anche le ipotesi di agganciare subito le pensioni al sistema contributivo, operazione dai costi bassissimi, meno di un miliardo, e promessa nella fase preelettorale, non viene considerata in questa fase).


L'assenza di una vision di lungo periodo

Per queste manovre sono previsti 2 o 3 miliardi, mentre si parla poco dell’efficientamento della spesa pubblica che supera i mille miliardi. Il ridimensionamento dei contributi a pioggia, dal bonus 110%, al reddito di cittadinanza (entrambi dai costi esorbitanti, nell’ordine di decine di miliardi), rischiano di essere rivisitati per non creare troppo tensioni sociali, consolidando il concetto che, rivendicando una prebenda con forza, una volta ottenuta, questa diventa un diritto.

I centri di ricerca economico-statistici sono sempre più chiamati ad operare come un mega controllo di gestione di livello nazionale, attendibile e affidabile, per valutare gli effetti delle misure adottate e per identificare quanto le variabili del sistema in cui si opera, dall’inflazione alle conseguenze della guerra e della pandemia, possano influire sui fattori di più incisivo impatto, tali da rendere efficaci, nulli o controproducenti, gli interventi posti in essere.

Tipico esempio è la richiesta di rivisitazione del peso burocratico tra i più alti in Europa e con costi stimabili in 57 miliardi, ma con il sospetto che ogni volta si tenti una semplificazione, i legulei italiani, riescono ad aggravare ulteriormente la situazione. In mancanza di una vision di lungo periodo, si cerca di accontentare le esigenze contingenti, soddisfacendo le pretese sempre più illimitate di componenti sociali e imprenditoriali che vedono nell’aiuto pubblico l’unica soluzione per superare le difficoltà.


Ricomposizione di tendenze contradditorie

Il sistema elettorale a suffragio universale, che ha rappresentato uno dei grandi passaggi verso la civiltà del mondo occidentale, sembra aver perso l’efficacia rappresentativa, sia all’interno degli stessi paesi occidentali sia come modello da proporre nelle composite realtà del globo. Alle aspre contrapposizioni ideologiche del secolo appena trascorso, nella contemporaneità si fatica a valutare l’efficacia dei programmi governativi, che spesso, al di là delle dichiarazioni, presentano forme di inevitabile contiguità, da cui la necessità di esasperare le manifestazioni identitarie.

Per definire il grado di apprezzamento rilevato sul corpo elettorale, non si fa più riferimento all’esperienza ma ad un continuo e non sempre concludente “sondaggiare”. I ripetuti flop commessi, ne hanno però diminuito l’attendibilità: la statistica, definita la meno esatta delle scienze esatte, contribuisce sicuramente ad accrescere lo scibile umano, ma non può essere considerata verità assoluta. Il problema è che l’economia e i provvedimenti ad essa connessi non possono essere presi solo per accontentare le pretese attuali, ma disegnare un quadro sostenibile e affidabile per il prossimo futuro.


La sterile ricerca del consenso

Le scienze politiche hanno interpretato la democrazia come una possibilità continua di elaborare soluzioni e di proporre le medesime al corpo elettorale, affinché fossero validate dal consenso popolare: una volta ottenuto questo, si deve tramutare in azione e non essere bloccato da una inconcludente ricerca del consenso (anche perché gli interlocutori sono spesso soggetti in cerca di una visione o portatrici di interessi particolari).

L’unica risposta sembra essere il rifugio nell’illusione che i deficit pubblici non siano mai da rimborsare. Procrastinata nel tempo, questa chimera rischia di tradursi in un’insostenibilità finanziaria e in un preoccupante senso di frustrazione, da cui l’ansia per la mancanza di sostenibilità e conseguente ricerca di soluzioni alternative (come il rifugiarsi all’estero).

La contrazione dei tempi della politica, scanditi ormai non più dalle elezioni, ma da rilevazione mediatiche e violente manifestazioni di piazza, ha reso lo scenario continuamente mutevole, per cui la stessa soluzione dev’essere costantemente adattata e rivista alla luce di un’infinità di variabili in fluttuazione. Ogni area su cui si articola la società finisce così di essere oggetto di un’infinità di regole dettate da centri di potere profondamente diversi da loro e in costante contraddizione che una finanziaria scritta velocemente non può certamente risolvere da sola.


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