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8 Settembre 1943: nel caos, la dignità e il coraggio ritrovati

Aggiornamento: 8 set 2022

di Piera Egidi Bouchard


L'8 settembre del 1943, il colpo di Stato militare contro il regime fascista, che il 25 luglio aveva detronizzato Benito Mussolini nelle ore immediatamente successive alla riunione del Gran Consiglio del Fascismo, approfittando dell'ordine del giorno Grandi, mostrò le sue crepe e naufragò miseramente. La monarchia Sabauda e i vertici militari guidati dal maresciallo Pietro Badoglio, chiamati a infondere nel Paese una ritrovata dignità morale, civile e militare dopo la firma dell'armistizio (resa) a Cassibile con le forze armate anglo-americane, rivelarono all'opposto quanto fossero anch'essi precipitati nella codardia e nella viltà assecondando per oltre vent'anni il Fascismo.

Con l'annuncio dell'armistizio dato alla radio alle 19 e 42 dal maresciallo Badoglio cominciò infatti una tragicommedia che vide il re Vittorio Emanuele III con la sua corte e l'intero stato maggiore militare fuggire verso il Sud del Paese. Fu quello dei Savoia un comportamento opposto alla forza d'animo e alla resistenza che la monarchia antagonista e nemica, quella britannica dei Windsor, e dell'allora principessa Elisabetta scomparsa questa sera, seppero offrire ai loro sudditi. Fu una fuga precipitosa nella notte, indifferente ai destini di centinaia di migliaia di soldati e ufficiali, deprivati di ordini e piani di difesa, mentre la Wermacht, l'esercito tedesco, da settimane pianificava l'occupazione del nostro territorio.

L'8 settembre fu il caos che diede la misura esatta del degrado in cui era precipitata la società italiana allevata e nutrita da slogan roboanti che la guerra, l'aggressione a tratti crudele ad altri paesi, aveva smascherato per la loro pochezza. Ma l'8 settembre, come racconta Piera Egidi Bouchard, attingendo da interviste raccolte e pubblicate in alcuni libri [1] è stato anche per migliaia di donne e uomini una sorta di attraversata nel deserto, alla ricerca della propria identità e di una libertà non concessa, ma conquistata con senso di abnegazione, coraggio e sacrificio anche fino alla morte.

La Porta di Vetro



Aver potuto sentire dalla viva voce dei protagonisti – che ora non ci sono più, ma continuano a parlarci con la loro testimonianza – le vicende che li portarono alla “scelta” (questa è la parola che usano tutti) della Resistenza e della vita partigiana, è stato un privilegio incommensurabile, che ancora oggi feconda la mia vita. La presa di coscienza di quella generazione cresciuta e formata nella dittatura fascista è stata progressiva e difficile, salvo per coloro che avevano dei punti di riferimenti alternativi, in famiglia o nella scuola: l’importanza degli incontri! Ed è comunque stata traumatica, con le vicende dell’8 Settembre, che determinarono lo sfascio del nostro esercito. “Non dimenticherò mai i soldati scalzi che attraversavano la piazza del paese di san Germano arrivando dall’alta Val Chisone, ma non sulla strada principale, che era troppo pericolosa – dice dei suoi ricordi adolescenziali Giorgio Bouchard – andavano nelle case a chiedere dei vestiti borghesi per non essere costretti a combattere con il fascio. Anche mia mamma e mia nonna gliene hanno dati.”

“ In quel momento si muove la società civile – racconta Lucia Boetto Testori, che , ragazza, ha visto con i suoi occhi la IV Armata che dall'occupazione della Francia meridionale andò a sfasciarsi a Cuneo: "i ragazzi del nostro esercito andavano in cerca di abiti borghesi per salvarsi, e allora le madri di quei giovani morti o dispersi in Russia hanno aperto gli armadi, e hanno distribuito abiti finché ne hanno avuti. Quelli che sono rimasti in divisa, invece, li ho visti partire sui carri bestiame: non si sapeva ancora nulla sui campi di concentramento, ma i visi di quei giovani me li sogno ancora adesso!”. Lucia racconta anche la strage di Boves, dalla cui esperienza nasce la sua scelta partigiana: “ All’alba arrivano i tedeschi coi carri armati, i lanciafiamme: un calcio alle porte, una sventagliata di mitra, tutto un rogo: vecchi nel letto, bambini nella culla, si vedevano le fiamme, il fumo, l’odore di bruciato, e l ‘odore della carne umana che brucia si riconosce...”

Ricorda inoltre Giovanni Guastavigna - che da ragazzo era stato fascistissimo, nonostante l’opposizione del padre, vecchio socialista, e che comincia a prendere coscienza dopo il 25 luglio, alla caduta del Regime, mentre era militare, stupito della scoperta dell‘incipiente uscita dalla dittatura (“cominciammo a vedere nelle edicole vari quotidiani indipendenti, a comprarli, a scambiarceli”) - : “Poi ci fu l’8 settembre, che fu da un lato un momento di disperazione con l ‘esercito che si disgregava dall’altro un momento di decisioni. Disperazione, perché si poteva essere catturati dai nazisti: gli ufficiali erano spariti, avevano l’abito borghese con sé, da mangiare non c’era più niente. Facemmo un po' di resistenza ai tedeschi, sparando per due giorni. Poi il si salvi chi può”.

Ci fu anche chi da subito resistette – ricorda il generale degli alpini Nino Criscuolo, comandante degli Autonomi in Val Sangone - “come il maggiore Luigi Milano, comandante del nostro battaglione, che disse chiaramente: “Qui bisogna andare contro i nazifascisti”, e io con alcuni soldati e qualche ufficiale lo seguimmo in Val Sangone”.

Anche Ettore Serafino, fratello di Adolfo che fu martire nella strage di Cantalupa, medaglia d’oro, comandante della 44esima Divisione, racconta che ad Aosta il comandante della Scuola di alpinismo dove lui si trovava “Ci radunò e ci disse laconicamente: ‘Mi spiace, ma andate dove volete’. Così prendemmo col mio attendente un mulo, viveri ed armi, nella notte partimmo, e fummo a Bobbio Pellice la sera del 25 settembre, dopo un lungo percorso tra le montagne per evitare i tedeschi, ultima unità del regio esercito ad essere ancora in piedi, io l’alpino in divisa e il mulo!... Nel frattempo si svolgeva in me, che ero tenuto come ufficiale al giuramento al re, un ragionamento elementare. Pensavo: nessuno di noi ha voluto la guerra, ci hanno imposto di andare contro i francesi a causa dell’alleanza con i tedeschi; a un certo punto il re, che è quello a cui spetta il comando, mi dice che il nemico da cui devo guardarmi è il tedesco, e io allora mi comporto di conseguenza!” Così Serafino prende contatto con la formazione di Maggiorino Marcellin, nome di battaglia "Butler", ed entra nella Resistenza.


La tragedia del nostro esercito viene testimoniata anche da Roberto Malan, che sarà comandante della V Divisione Alpina GL, e che allora era sottotenente a Pinerolo. Malan, mentre il colonnello raduna il battaglione nel cortile della caserma, invitando a consegnare le armi ai tedeschi, salta sul muretto dal quale l’altro aveva finito di parlare e arringa i suoi commilitoni: “La situazione è un’altra! Non perdete un minuto... prendetevi un mulo e una mitragliatrice, prendete quello che volete, ma tagliate la corda e sparite da questa caserma il più presto possibile! Io farò così”. E su una bicicletta, senza neanche tornare indietro a prendere le sue cose, fugge verso Torre Pellice, dove si crea il gruppo GL, e man mano arrivano i giovani – tra cui il fratello Gustavo e la sorella Frida – che erano andati d ‘istinto a raccogliere le armi abbandonate nelle caserme: “Mi fu chiesto da Mario Rollier di costituire un deposito sicuro per queste armi, dice Roberto, e fu il mio primo lavoro nella Resistenza". E Frida ricordava ancora, con le lacrime agli occhi, lei che amava tanto gli animali e i bambini la folle corsa dei cavalli del V Cavalleria “lasciati liberi perché non cadessero in mano dei tedeschi, qualcuno li ha aizzati, tanto che sono arrivati da Pinerolo fino a Torino: mille cavalli lanciati, uno spettacolo meraviglioso e pauroso, così li hanno ammazzati, perché erano un pericolo".


L’orrore simbolico di questo spettacolo, le fiamme di Boves, i nostri soldati laceri, scalzi, disperati, abbandonati, in fuga: tutto questo e altro rappresentò la tragedia dell’ 8 settembre del ’43. Ma anche ci fu quel muretto altrettanto simbolico da cui fu lanciata la scelta di non arrendersi, di continuare la battaglia per la libertà, scelta che quell’eroica generazione allora ventenne condusse fino alla fine.


Nota


[1]Le interviste sono tratte dai libri “Un ragazzo Valdese” (2013), “Frida e i suoi fratelli“ (2003) e “Eppur bisogna andar...” (2005), editi da Claudiana.


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