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8 Marzo: l’emancipazione femminile non è soltanto una data

di Anna Paschero|

Come ogni anno la ricorrenza dell’8 marzo, insieme alla mimosa regala alle donne una giornata di protagonismo in cui, attraverso molteplici iniziative, vengono ripercorse le tappe di una emancipazione ancora incompiuta. Per questo non può essere considerata, a mio avviso, una festa, ma piuttosto una riflessione (sbagliato pensare solo di genere) sul percorso ancora da compiere per affermare una effettiva uguaglianza e parità di diritti nella vita sociale. Una rievocazione che, storicamente, nasce dal VII Congresso della Seconda Internazionale Socialista, svoltosi a Stoccarda dal 18 al 24 agosto del 1907, dove, durante la conferenza e in assenza dell’oratore ufficiale, una socialista e attivista dei diritti delle donne, l’americana Corinne Brown, affrontò il problema dello sfruttamento delle operaie e della questione femminile, invitando tutti i partiti socialisti a lottare per l’introduzione del suffragio universale delle donne. Per la cronaca, a quel medesimo congresso partecipò anche Rosa Luxemburg di cui si è ricordato il 5 marzo scorso il 150° anniversario della sua nascita. Il susseguirsi nel corso del secolo scorso del raggiungimento di molte tappe importanti verso l’eliminazione delle discriminazioni tra uomo e donna, a cominciare dal diritto di voto e dall’affermazione di altri diritti irrinunciabili nel campo dell’istruzione e della famiglia, lascia ancora aperti spazi di conquista della parità in campi come quello della rappresentanza politica e della presenza femminile sul lavoro in posti che contano. In queste realtà esistono evidenti disuguaglianze di genere confermate, nella prima, dall’introduzione delle quote rosa, e dalla seconda, nel considerare ancora un’eccezione l’assegnazione ad una donna di un ruolo di prestigio. Ed è proprio sul tema del lavoro che si gioca oggi l’effettiva parità di genere. Il divario di genere nel tasso di occupazione in Italia è tra i più elevati dell’Unione Europea: la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è tra le più basse dell’Unione Europea e significativamente inferiore alla media UE per mancanza di una strategia globale a favore dell’equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. L’accesso ai servizi, quali la cura dell’infanzia e l’erogazione di prestazioni, è ancora debole e nell’ultimo anno la pandemia ha aggravato fortemente tale situazione, rendendo il mondo femminile più esposto e più fragile alla recessione e all’abbandono del mercato del lavoro. Nei settori essenziali, come quello della sanità, sono state le donne ad essere più colpite dal contagio, nei settori invece congelati dalla pandemia, dove sono in maggioranza impiegate lavoratrici donne, il crollo della domanda ha provocato cassa integrazione, licenziamenti e rischi di chiusura. Di fatto le donne hanno subito più degli uomini le conseguenze della pandemia e nei settori non essenziali sono state e continuano ad essere più esposte a riduzioni retributive e perdita del lavoro. E Il divario si accentua ancor di più per la necessità di prendersi cura dei figli, costretti dalle varie misure restrittive alla didattica a distanza. Ma esiste un divario culturale da colmare ancora più preoccupante: oggi oltre la metà degli italiani ritiene giusta l’affermazione che il ruolo primario delle donne è quello di occuparsi della cura della casa e dei figli. Persiste dunque, non solo da parte degli uomini ma, ahimè, anche delle donne lo stereotipo secondo il quale è giusto che il successo nel lavoro sia più importante per l’uomo piuttosto che nella donna. Questa sarà forse la sfida più difficile da vincere nei prossimi anni.

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