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35 anni di Festival a Perpignan Intervista a Jean François Leroy

Aggiornamento: 15 set 2023

di Tiziana Bonomo


Il Festival Visa di Perpignan[1] è il festival di fotogiornalismo, nato 35 anni fa, è diventato più importante al mondo: 24 esposizioni, 22 mila giovani che hanno preso parte alle settimane pedagogiche lo scorso anno, un ricco programma di incontri e di eventi, serate di proiezione su grande schermo di 22 metri, una efficace organizzazione. Tiziana Bonomo ha intervistato Jean-François Leroy[2], direttore del festival, che nel 1989, insieme con Roger Therond, direttore di redazione di Paris Match, ha dato vita alla manifestazione[3].


Il primo anno il festival conteneva già 25 mostre e l’unico paese straniero a partecipare, oltre alla Francia, era stato l’Italia. Perché? E che cosa rappresenta oggi l’Italia nel mondo del fotogiornalismo?


Semplice: ero molto amico di Annie Boulat che aveva l’agenzia Cosmos e che rappresentava l’agenzia di Grazia Neri in Francia e Grazia ha partecipato al Festival e nel 1989 l’Italia è stata la sola agenzia straniera. In Italia ci sono ottimi fotografi, ma non posso generalizzare sulla fotografia italiana. Considero ad esempio Paolo Pellegrin come uno dei migliori fotografi esistenti oltre ad essere un amico. Paolo l’ho esposto nel 1992 quando non era conosciuto, free-lance e mi aveva presentato un lavoro sui barboni a Roma, poi è stato presso Grazia Neri, poi a Vu e poi da Magnum e oggi è una star internazionale. Quindi quest’anno per la 35esima edizione del festival volevo avere Paolo Pellegrin, Pascal Maitre e Stephanie Sinclair che mi hanno accompagnato in tutti questi anni. Ho chiamato Paolo che mi ha immediatamente confermato. Con lui facciamo due cose quest’anno: un'esposizione che considero “sublime” e poi verso il fine settimana presentiamo il suo lavoro in Ucraina dello scorso anno.

Paolo Pellegrin_Des sans-abri. Rome, Italie,1990_Expo Paolo Pellegrin_Mes années Visa_Couvent de Minimes_Perpignan

Dalla prima esposizione ad oggi sono stati realizzati molti eventi su Paolo Pellegrin, sia in mostre che in proiezioni. L’esposizione è una sorta di retrospettiva dei suoi “anni Visa”. Nelle sue foto c’è tensione, energia, vibrazione.


Considero sempre “Visa pour l’image” come uno strumento “un outil” per i fotografi e Paolo tramite Grazia Neri ha visto Magnum e in tutti questi anni ci siamo seguiti. Un piccolo aneddoto: nel 2007 ero giurato del WPP e c’era una serie di foto sulle milizie in Algeria. Al primo turno tutti sono contrari e io cerco di sottolineare l’importanza dell’Algeria perché non avevamo nulla su quel paese. Poi alla fine il progetto ha vinto un premio! Poiché i nomi dei fotografi sono anonimi quando è venuto fuori il nome di Paolo tutti mi hanno criticato pensando che sapessi della sua presentazione. Così mi sono angosciato e arrabbiato e lui per ringraziarmi mi ha offerto… le dodici foto del World Press!



Per ritornare alla domanda sull’Italia...


Sinceramente io non mi occupo di nazionalità. Ci sono state diverse presenze come Francesco Zizola, Letizia Battaglia (un grande incontro), Emanuele Scorcelletti e in altre occasioni fuori dal Festival di Perpignan anche Franco Fontana e molti altri. Ma può ben capire che non posso definire la fotografia in Italia perché se prendo Pellegrin e Fontana loro non hanno nulla a che vedere. Zizola non so cosa faccia da quando è a Noor. Il mio miglior amico è sempre stato Stanley Green e oggi non intendo più sentire parlare di Noor. Ma l’ultima volta che... tre anni prima della morte di Stanley, Zizola aveva fatto un film straordinario sui rifugiati nel Mediterraneo. Stanley è stato uno dei tre fondatori di Noor.


Dal 1990 Visa pour l'Image dà appuntamento ai quotidiani internazionali. Quest’anno 21 testate presentano i loro resoconti e uno di questi quotidiani riceverà il visto d'oro Arthus-Bertrand nella categoria Stampa quotidiana. Purtroppo l’Italia non è presente, nonostante la qualità dei suoi fotografi. Forse perché in Italia manca la cultura sulla fotografia?


Credo che ci sia una mancanza di cultura sulla fotografia in generale, ad eccezione della Francia. Tuttavia i giovani fotografi francesi, in modo generale, mancano di cultura fotografica. Quando avevo 15-16 anni alla Fnac rubavo i libri di fotografia. Oggi è molto più difficile fare questo, ma in compenso c’è internet dove è possibile vedere tutto. Molti giovani fotografi non conoscono nulla, per loro la fotografia si ferma a Salgado e Nachtwey e non conoscono Lewis Hine, Carl Mydans, Alberto Korda, Alfred Eisenstaedt, Philip George cioè tutti questi mostri della fotografia. Per i 25 anni di Visa essendo molto legato a David Douglas Duncan – uno dei più grandi fotografi al mondo, un amico, morto a 112 anni nel sud della Francia – abbiamo dedicato una grande mostra. Molti mi hanno chiesto: “Dove hai trovato questo fotografo?” Allora io rispondevo che Duncan è stato uno dei primi fotografi che mi ha dato lo scopo di fare questo mestiere e quindi ero sorpreso che i giovani non lo conoscessero. E quando abbiamo esposto i reportage di Stephanie Sinclair, molti giovani non sapevano chi fosse. Quindi ciò significa che manca la cultura che non è eguale in Francia come al di là dell'Atlantico, per esempio. Negli Stati Uniti ci sono dei reparti fotografici eccezionali: il New York Times e il Washington Post hanno grandi professionisti, eppure un festival come Visa non potrebbe funzionare perché non esiste l’amore del pubblico per la fotografia. Ci sono stati dei tentativi in Germania, in Inghilterra, ma non funzionano. In Italia ci sono delle iniziative interessanti, ma è qui a Visa che c’è il grande pubblico.


L'affluenza nel giorno d'apertura conferma le sue parole.


Sì, questa è la mia migliore ricompensa vedere il pubblico, numeroso, il 2 settembre, quando il Festival ha aperto le sue porte. Pubblico formato da persone normali, perché i professionisti hanno cominciato ad affluire nei due giorni successivi. Ciò conferma che in Francia c’è un amore verso la fotografia. Del resto, in epoca passata, le tre più grandi agenzie al mondo Gamma, Sygma e Corbis sono state francesi.[4]


C’è differenza nella scelta tra fotografi che lavorano per le agenzie e quelli che lavorano per la stampa quotidiana?


Je m’en fous, non mi interessa. Per me esiste il talento. Se una foto va bene, se fa leva sui sentimenti, se mi impressiona, se mi fa piangere, se mi fa sorridere, se mi procura un’emozione allora è est une belle photo; se il fotografo è italiano, francese, australiano, me ne frego, se lavora con un’agenzia, con la stampa quotidiana, me ne frego.

Manifestazione studentesca all'Università di Teheran

Mostra La rivolta in Iran

Mostra La rivolta in Iran

Di recente ho letto su Le Monde un articolo dal titolo: “A Visa pour l’image, la révolte iranienne vue de l’intérieur (la rivolta iraniana vista dall’interno)” di Claire Guillot. “Il festival di fotogiornalismo di Perpignan presenta una mostra dedicata alle foto amatoriali raccolte da due giornalisti di Le Monde. Per una volta, non è un fotografo famoso ad avere gli onori del manifesto del festival di fotogiornalismo di Perpignan, che quest'anno giunge alla sua trentacinquesima edizione. L’immagine è firmata da un dilettante – o da un dilettante – rimasto anonimo…”

Per contrasto lei ha dichiarato a Carolina Laurent Simon che sin dall’inizio ha inserito nel festival i fotogiornalisti delle diverse agenzie, cioè quelli che fanno il fotogiornalismo “duro e puro”, mentre ritiene “le photojournalism citoyenne (il fotogiornalismo cittadino) un’assurdità". Quindi come giustifica la mostra sull’Iran

Mostra La rivolta in Iran

Mi assumo completamente la responsabilità e continuo a confermare ciò che ho detto a Carolina, ma, oggi, in Iran non si può lavorare come fotografi: è vietato. Se fate vedere una macchina fotografica siete arrestato, imprigionato, torturato, ucciso. Quindi oggi per far vedere l’Iran non ci sono altre soluzioni se non quelle di mostrare fotografie di amatori pubblicate sui canali social. Ed è per questo che ho preso una giornalista iraniana Ghazal Golshiri, cresciuta a Teheran, corrispondente di Le Monde che è fuggita dall’Iran nel 2019 per paura di essere incarcerata. Grazie ai suoi canali è stata in grado di raccogliere delle foto anonime, ma che ci mostrano la realtà della repressione in Iran.


L'intera mostra dal titolo "Non si muore" è dedicata a foto e video provenienti dall'Iran, realizzati per lo più da dilettanti e persone anonime. In uno scatto si vede, di spalle, una giovane fanciulla, senza velo, con i capelli al vento, in piedi sul tetto di un'auto, guardare una marea di persone venute a commemorare la morte di Mahsa Amini, la giovane curda di 22 anni, morta il 16 settembre 2022 dopo il suo arresto da parte della polizia morale per un outfit ritenuto inappropriato.


Impossibile fare altrimenti. Come ho dichiarato a Le Monde “Per me questa rivolta è l'evento dell'anno e questa immagine ha la forza del documento.”



Note

[1] Da Renaud Donnedieu de Vabres Presidente dell'Associazione Visa pour l’Image di Perpignan: "È al loro lavoro, spesso pericoloso, sempre generoso, che rendiamo omaggio ogni anno a Perpignan, vera capitale e terra di accoglienza per fotoreporter di tutto il mondo. Perché al di là dei fotoreporter da celebrare, Visa pour l'Image e Perpignan sono i luoghi dove il rispetto per questa professione si trasmette al pubblico e alle giovani generazioni; sono anche spazi aperti per sensibilizzare ai necessari dibattiti sul giornalismo, sui diritti d'immagine, sull'autenticità dell'informazione, sul vigore della democrazia. È così che con lo Stato, la regione dell'Occitania, il dipartimento dei Pirenei Orientali, Perpignan Méditerranée Métropole, la città di Perpignan, tutti i partner privati ​​e tutti i team del festival, speriamo che sarete numerosi a scoprire questa nuova edizione. Questo è il modo migliore per dimostrare, insieme a noi, il sostegno e l’ammirazione che dovremmo avere per il fotogiornalismo".

[2] Si ringrazia per la collaborazione Sylvie Grumbach, ufficio stampa del Festival di Perpignan

[3] Dalle dichiarazioni rilasciate a Carolina Laurent Simon il direttore Leroy non si aspettava una tale longevità: “Iniziata come una festa e continuata di anno in anno fino ad oggi. Questo dimostra che il festival è la risposta ad una domanda. Per internazionalizzare il festival bisognava far entrare gli Stati Uniti. Grazie all’allora responsabile dell’archivio di Life riesco ad ottenere un incontro con Alfred Eisenstaedt – il Cartier Bresson americano – che aveva già circa 85 anni al quale spiego il mio progetto. Per convincerlo a venire al festival e ad esporre dopo 35 anni senza fare mostre gli prometto la cattedrale di Perpignan. Ed è stato proprio lui che ha rilasciato favolosi commenti sul festival negli Stati Uniti sostenendo che per essere affermati bisognava andare a Perpignan”.

[4] Dall'editoriale di Jean François Leroy: "La fotografia avrebbe un nuovo becchino: le intelligenze artificiali generative. Nelle immagini false ultra realistiche che hanno inondato i social media, molti volevano assistere al colpo finale della nostra professione. L'asso. Un prompt (breve istruzione, sotto forma di frase scritta, impartita a un'intelligenza artificiale affinché possa produrre contenuti n.d.r.) sostituirà Eugene Richards? Umilmente, ingenuamente, ferocemente, non la pensiamo così. La fotografia non ha aspettato che Midjourney e consorti venissero minacciati, sconvolti e soprattutto manomessi. Emergenza della fotografia digitale e degli strumenti di editing, morte delle agenzie di archivio a favore delle agenzie di stock in abbonamento (a loro volta indebolite dalla cosiddetta intelligenza artificiale generativa), moltiplicazione delle emittenti e diminuzione del valore di un'immagine con gli smartphone... Eppure, il fotogiornalismo è ancora là. Perché? Perché ciò che ci unisce a Perpignan è la voglia di vedere il mondo. Il vero. Questo bisogno, questo desiderio di realtà rende chi emette informazioni verificate e autentiche ancora più indispensabile di quanto non lo fosse già; e questa proliferazione di contenuti potenzialmente fasulli rende il loro compito ancora più importante, e anche molto più spinoso. Molti chiedono di frenare lo sviluppo di queste IA generative. Un pio desiderio – e altamente discutibile alla luce dei progressi decisivi che si potrebbero compiere in altri campi. Ma chi, può darsi, dovrebbe rallentare dopo due decenni di continue accelerazioni siamo noi: i media. La storia recente – …. il decollo degli abbonamenti digitali dei media di riferimento che investono ancora ingenti risorse nella produzione di informazioni sul campo – lo dimostra. E in questo nuovo paradigma, l’educazione e la consapevolezza sui media diventeranno più essenziali che mai. Un approccio che cerchiamo di portare avanti ogni anno e gratuitamente da trentacinque anni, per il grande pubblico e le scuole, grazie a fotoreporter provenienti da tutto il mondo.



https://www.visapourlimage.com/festival/expositions


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