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27 gennaio, perché il Giorno della Memoria sia davvero utile

di Marco Travaglini


Istituito per ricordare e onorare le vittime della Shoah e tutti coloro che furono torturati e uccisi nei campi di sterminio nazisti, per tanto tempo il Giorno della Memoria è stato un monito affinché tali orrori non potessero ripetersi. E tante volte questo giorno, istituito il 27 gennaio, in ricordo della liberazione del campo di Auschwitz avvenuta nel 1945 da parte dell'Armata rossa sovietica, è stato celebrato con manifestazioni istituzionali, politiche e culturali che hanno ricostruito la cornice storica in cui si generò quell’abisso dell’uomo chiamato Olocausto. Una cornice storica (il Secondo conflitto mondiale, la follia del disegno di Hitler e dei suoi alleati) immaginata come non più ripetibile e ormai consegnata al passato.


Il rischio dell'assuefazione alla barbarie

Ma siamo certi che è proprio così, visto ciò che accade nel mondo? E’ normale guardare al conflitto in Ucraina o in altre realtà del mondo dove i riflettori sono spenti con sufficienza, assuefazione? Non ha insegnato nulla il conflitto balcanico e gli orrori sull’uscio di casa, sull’altra sponda dell’Adriatico, dove trent’anni fa tornavano guerre e assedi, massacri e campi di concentramento? Davvero non si avvertono i segnali di un pericoloso imbarbarimento anche nelle cose più minute, nella vita di tutti i giorni? Forse è davvero tempo che si colga l’occasione del Giorno della Memoria per fare tutti uno sforzo in più. Negli ultimi anni in Italia sono stati registrati migliaia di reati legati a razzismo, identità di genere e disabilità. Sono aumentati i casi di incitamento alla violenza, le aggressioni fisiche, gli atti di vandalismo.

Ancora oggi molti, sottovalutando o giustificando, li considerano fatti isolati, singoli, sporadici, frutto di qualche esaltato. La cosa più grave, anzi gravissima, è che questi atti sono favoriti da un clima generale, da un silenzio complice o ancora peggio dalla quotidianità di un linguaggio feroce, dalla brutalità di certa politica, da una cultura immorale e cinica, da una indifferenza che rende “normale” assistere a questi episodi. C’è un intollerabile grumo di crimini d’odio che comprende tutte quelle violenze perpetrate nei confronti di persone discriminate in base all’appartenenza vera o presunta ad un gruppo sociale, identificato sulla base, dell’etnia, della religione, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o di particolari condizioni fisiche o psichiche.

Autoritarismo, xenofobia, razzismo, sessismo, esaltazione di disvalori: il volto del fascismo in Italia, e non solo, ha costanti che si ripetono. E non bastano i discorsi pieni di buone volontà, le parole rassicuranti per mettere al riparo dai pericoli che derivano dai discorsi d’odio fondati su inesistenti idee di superiorità, di intolleranza e conseguentemente di razzismo e discriminazione.


Dalla diseguaglianza agli orrori

Celebrando il giorno della Memoria e riflettendo su cosa hanno rappresentato Auschwitz e il sistema concentrazionario nazista si deve tenere presente che la dittatura del Terzo Reich si fondava, esattamente come il fascismo, sul principio di discriminazione. Senza quel principio non avremmo avuto gli orrori successivi, l’orrore dei “vernichtungslager” (i lager di nullificazione), l’eliminazione dei cittadini tedeschi “difettosi”, l’assassinio degli oppositori politici, l’Olocausto dei deportati e la Shoah degli ebrei. Una tragedia immane resa possibile perché uno Stato aveva fondato la propria legittimazione sul principio di disuguaglianza.

L’accettazione di quel principio, come ricordò Luciano Violante tempo fa, “ha prodotto come 'conseguenza normale' il passaggio dalla negazione dei diritti degli ebrei al loro sterminio, con l’applicazione rigorosa di principi di efficienza e un'organizzazione razionale basata sull’applicazione metodica e quotidiana di operazioni burocratiche che Hannah Arendt descrisse, nel loro insieme, come la banalità del male". Non ci si può voltare dall’altra parte quando si diffondono in maniera inquietante i germi dell’intolleranza, della discriminazione, dell’odio. Non si può far finta di non udire e non vedere quando si sentono pronunciare parole violente contro rifugiati e migranti, bestialità razziste nello sport con striscioni e cori da stadio, saluti fascisti esibiti senza vergogna, manifestazioni nostalgiche del Ventennio, ostilità gratuite contro i diversi, stupri e violenze sulle donne, addirittura attacchi a Papa Francesco per le sue parole di umanità e accoglienza.

Né si possono minimizzare i gesti di odio e vendetta antisemita quando si imbrattano con frasi ingiuriose e minacce le abitazioni di figlie, nipoti di deportati nei lager. Non si può immaginare una scuola che non affronti lo studio della storia contemporanea e l’indagine su questi fenomeni che hanno segnato tragicamente il Novecento e che hanno lasciato profonde tossine nella società odierna. Se lo Stato democratico, le istituzioni repubblicane, i partiti e la società tutta non reagiranno riaffermando con più forza il valore delle persone e della comunità, il rispetto di diritti e doveri sociali, i principi di democrazia e solidarietà, più alto sarà il rischio che ogni singolo si senta autorizzato e persino incitato a valicare i confini del vivere civile, a insultare chi vuole, ad aggredire chi dissente o gli dà soltanto fastidio, a umiliare chi è debole e diverso, e in ultima analisi, a farsi giustizia da sé. Il Giorno della Memoria è un’occasione da non sprecare per riflettere su tutto questo.


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