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25 aprile, festa di libertà e di fiducia nel futuro

di Nino Boeti


Condividiamo con tutte e tutti coloro che collaborano e leggono la Porta di Vetro questo 25 aprile, 78° anniversario della Liberazione, uno dei passaggi centrali della storia dall'unità nazionale del nostro Paese. E, come in un gioco di immagini sovrapposte, la memoria ci aiuta a ricordarne il riscatto in quei venti mesi di lotta al nazifascismo dalla dittatura fascista, un regime oppressivo di cui gli italiani furono comunque in massima parte impregnati, corresponsabili, vuoi per tradizionale apatia, vuoi per cinico opportunismo, vuoi per quieto vivere e, non ultimo, per viltà, per quella abitudine a sentirsi tutti colpevoli, nessun colpevole, tratti tuttora presenti nel Dna nazionale.

Dalla Resistenza, gli italiani seppero trarre la forza per liberarsi con il referendum istituzionale della Monarchia sabauda, complice di Mussolini, colpevole dell'ignominia delle leggi razziali, e patetica nell'idea di sopravvivere indossando perfettamente, come si trattasse di un taglio sartoriale, l'abito dei difetti dei suoi "sudditi"... Dal Referendum, uscì poi la parte migliore degli italiani: quella capacità di vivificare il pensiero e di trasformarlo al servizio della comunità che ebbe nella stesura della Costituzione la sua migliore interpretazione. Una Magna Carta che rimane, a distanza di 75 anni, uno strumento moderno e di grande efficacia a tutela della democrazia e dei principi che alimentarono la Resistenza. Per celebrare il giorno della Liberazione, anche quest'anno ospitiamo alcuni passaggi dell'intervento pubblico di Nino Boeti, presidente dell'Anpi provinciale di Torino e, in un altro articolo, la riflessione di Amelia Andreasi Bassi.

La Porta di Vetro



Comincia anche quest’anno, come ogni anno, la giornata del XXV Aprile con la deposizione delle corone al Campo delle Gloria per la deposizione delle corone in memoria di 1126 Caduti durante la Resistenza, avanguardia di una migliore società umana, come ricorda la frase di Thomas Mann scritta sulla lapide del monumento. Quello che restava di quegli uomini fu raccolto da un comandante partigiano, Nicola Grosa, a cui è dedicata una importante sezione dell’Anpi di Torino.

Nicola Grosa raccolse i resti dei suoi compagni di lotta nei campi, nei fossi, nei cimiteri di montagna e lo fece a mani nude, senza guanti, perché diceva che i suoi gesti erano carezze verso quegli uomini. E le carezze non si fanno con i guanti. Morì per un’infezione contratta durante questo gesto di umanità. Fu una delle ultime vittime di quella guerra terribile, la Seconda Guerra Mondiale, scatenata da due pazzi sanguinari che andavano sotto il nome di Benito Mussolini e Adolf Hitler.

E’ un anno importante quello che stiamo vivendo, perché è l’ottantesimo anno della Resistenza. Un movimento che abbiamo considerato aver avuto origine con gli scioperi nelle fabbriche dell’8 marzo 1943. Il 5 marzo, alle ore 10, gli operai incrociarono le braccia. Il primo fu Leo Lanfranco, ucciso a Villafranca Piemonte dai nazifascisti il 5 febbraio 1945.

Furono 100 mila gli operai in lotta. Rivendicavano 192 ore di contribuzione straordinaria da parte dell’azienda, ma era anche uno sciopero per la fame – la tessera annonaria non bastava a sfamare le famiglie – per l’interruzione delle torture sugli operai arrestati, per la salvaguardia delle strutture della città, ma ben presto divenne anche uno sciopero politico e rappresentò l’avviso di sfratto per il fascismo e per Mussolini.

Dopo l’8 settembre 1943, e fino al maggio del ‘45, furono 250 mila i partigiani combattenti, 35 mila le donne. Tra questi 20 mila erano stranieri, cittadini cioè di un altro paese che combattevano con gli Italiani per la libertà e la democrazia. Questo impegno e questo sacrificio consentirono al nostro presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, di presentarsi al Congresso per la Pace di Parigi nel 1947 non con l’umiliazione riservata agli sconfitti. La Germania fu divisa in due. Il Giappone ebbe un protettorato americano per molti anni. Per noi le cose avrebbero potuto andare allo stesso modo, perché avevamo le stesse responsabilità, della Germania e del Giappone. Invece no. Ricordiamo le parole di De Gasperi: “So che in questa giornata, tranne la vostra naturale cortesia, tutto è contro di me”.

E invece no. Abbiamo potuto liberamente indire il referendum tra Repubblica e Monarchia, mandando via una monarchia inetta che era stata asservita al fascismo. E scegliendo la Repubblica.

Abbiamo eletto l’Assemblea Costituente, nella quale per la prima volta le donne poterono eleggere ed essere elette. Abbiamo realizzato quel documento straordinario che è la nostra Costituzione. Quella che Roberto Benigni intitolò in una sua performance televisiva “La più bella del mondo”, perché quando fu promulgata il 27 dicembre del ‘47 per entrare in vigore il 1° gennaio del ‘48, fu evidente che non era un noioso elenco di norme. Ma il variopinto risultato del lavoro di forze politiche molto diverse tra loro per principi, sensibilità e convincimenti. Forze che tuttavia seppero creare uno straordinario arcobaleno di valori comuni.

La nostra Costituzione è un disegno saggio e lungimirante, incentrato sulla lotta alla povertà e alle disuguaglianze. Un documento arricchito dalla sensibilità, dal coraggio delle donne italiane che con il suffragio universale, fino ad allora negato dal fascismo, poterono esprimere la loro opinione attraverso il voto ed anche essere rappresentate nel Parlamento italiano. Furono 21 le donne elette all’Assemblea Costituente: fra loro tre piemontesi, Rita Montagnana, Teresa Noce, Angiola Minella.

Le donne votarono in quel 1946 per la prima volta: ne ricordo l’emozione attraverso le parole di Anna Garofalo tratte dal suo libro “L’italiana in Italia”: “Le schede che ci arrivano a casa e che ci invitano con il nostro nome, cognome e paternità a compiere il nostro dovere di cittadini hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose delle tessere del pane”. Da quel voto dunque nacque la nostra Costituzione.

Uno straordinario documento soprattutto nei suoi principi fondamentali: il lavoro come condizione essenziale per progettare il futuro, i doveri inderogabili di solidarietà economica, politica e sociale, la pari dignità dei cittadini davanti alla legge, la rimozione degli ostacoli che limitano il pieno sviluppo della persona umana, quel meraviglioso articolo 3 che ha consentito nel nostro paese anche ai figli dei più poveri di diventare classe dirigente, la libertà religiosa in uno stato libero, il ripudio della guerra e non poteva esserci parola più netta – ripudio – per indicare questa scelta. L’abolizione della pena di morte, la possibilità per un uomo e una donna immigrati, di avere il riconoscimento nel nostro Paese dei diritti civili di cui non possono godere nel loro.

Ed ancora nel titolo secondo “Rapporti etico-sociali”, l’articolo 32, il diritto ad un sistema sanitario equo ed universale, accessibile a tutti, indipendentemente dal reddito e dalle condizioni sociali e non è per caso che la relatrice del disegno di legge che ha istituito nel 1978 il Sistema Sanitario Nazionale sia stata una donna, la staffetta partigiana “Gabriella”, al secolo Tina Anselmi.

Un Sistema che ha dimostrato certamente dei limiti ma anche il suo innegabile valore durante la pandemia. Un documento lungimirante: al titolo terzo, quando precisa che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa. Un titolo oggi gravemente e tristemente disatteso, per la precarietà del lavoro di molte persone, per una paga oraria di 4 euro l’ora che limita la dignità.

Ed ancora la libertà delle organizzazioni sindacali, il diritto di sciopero cancellato dal regime fascista per vent’anni, prima con il patto di Palazzo Vidoni, nel 25, e poi con il codice Rocco nel ‘33. Un sistema tributario improntato a criteri di progressività: tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva, perché non è possibile che un dipendente che guadagna 28 mila euro paghi il 27% di tasse ed un professionista che ne guadagna 85 mila paghi il 15.

Viviamo in tempi difficili, ma abbiamo qualcosa di più in questo tempo: le linee portanti della nostra Costituzione e il dovere di tramandare l’esperienza vissuta alla loro luce perché coloro che vengono dopo non la dimentichino e siano capaci di rielaborarla per tempi nuovi.

Questa stamattina, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è a Cuneo. Visiterà la casa di Duccio Galimberti, sarà a Boves, in quella parte della nostra Regione dove in fondo tutto è cominciato. La violenza nazifascista che si scatenò a Boves il 19 settembre, pochi giorni dunque dopo l’armistizio, e la lotta di liberazione, con la formazione delle prime bande. Uomini eccezionali come Duccio Galimberti, Ignazio Vian, Livio Bianco, Enrico Martini “Mauri” indicarono l’unica strada possibile per il nostro Paese: la lotta al nazifascismo.

Siamo orgogliosi del nostro Presidente che ha appena partecipato alla Marcia dei Vivi ad Auschwitz , il pozzo più nero e profondo nella storia dell’umanità. Un cimitero senza tombe, realizzato con caparbia ferocia e disumanità dal regime nazista con la complicità dei regimi fascisti europei che consegnarono le vittime ai carnefici. Così ha detto il Presidente Mattarella.

Anche per questo siamo antifascisti. E riteniamo insopportabile che il Governo più di destra che l’Italia repubblicana, nata dalla Resistenza, abbia mai avuto, non senta il bisogno assoluto di dirlo ad alta voce, senza inganni né reticenze. Anche per questo siamo antifascisti. E riteniamo insopportabile che il Governo più di destra che l’Italia repubblicana, nata dalla Resistenza, abbia mai avuto, non senta il bisogno assoluto di dirlo ad alta voce, senza inganni né reticenze. Fino a questo 25 aprile.

La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, infatti, ha fatto un primo e importante passo oggi con una lettera pubblicata dal Corriere della Sera, sottolineando che "il frutto fondamentale del 25 Aprile è stato, e rimane senza dubbio, l’affermazione dei valori democratici, che il fascismo aveva conculcato e che ritroviamo scolpiti nella Costituzione repubblicana". E aggiungendo che "a distanza di 78 anni l’amore per la democrazia e per la libertà è ancora l’unico vero antidoto contro tutti i totalitarismi. In Italia come in Europa". Un primo passo per la destra, un grande passo per l'unità e la democrazia nel Paese.


*Immagine concessa da Grafica Parentesi Graphica

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