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25 Aprile 1945: dalla Resistenza la rinascita dell’Italia

di Maria Grazia Sestero*|


Il 25 Aprile che si festeggia oggi è la prima delle tre date su cui si è fondata la rinascita dell’Italia e del ritorno alla democrazia. Fu un’uscita dal tunnel della dittatura fascista e da una guerra di criminale aggressione a fianco di Hitler e della sua cricca, in parte giustiziata nei processi a Norimberga. Chi aveva guidato il moto ribellistico dall’8 settembre del 1943 e combattuto nelle file della Resistenza e chi quella Resistenza l’aveva sostenuta a rischio della propria vita, aiutando patrioti partigiani, prigionieri fuggiti da lager tedeschi, renitenti alla leva della Repubblica sociale e ebrei italiani destinati alle camere a gas, l’aveva fatto per ridare libertà e diritti civili anche in nome di quegli italiani che avevano servito un regime totalitario e non soltanto per ideali nostalgici e per un confuso senso dell’onore. In quel magma nero pece c’era di tutto, non lo si dimentichi: cortigiani e servi crudeli, spie spietate indifferenti ai valori e al valore della vita altrui. Il 25 Aprile è anche il giorno che aiutò il Paese a pensare di essere diverso e a sentirsi meno sconfitto. Forse troppo: una Norimberga italiana avrebbe potuto essere catartica per guardare con la giusta severità quelle coscienze che si erano ripulite con pelosa rapidità in accomodanti processi delle Corti Straordinarie (perché tali divennero) contro i crimini fascisti e con la successiva amnistia Togliatti. La seconda data di questo importante fil rouge della nostra storia recente è il I Maggio, la Festa del lavoro, che 76 anni fa riportò in piazza operai, tecnici, impiegati e le loro famiglie, dopo un ventennio di resistenza passiva e silenziosa nelle fabbriche e di umiliazioni e prepotenze del corporativismo fascista che aveva contrabbandato un fittizio superamento delle classi sociali. Una resistenza passiva che nel marzo del 1943, grazie ad avanguardie generose e coraggiose, e a imprenditori che cominciavano ad aprire gli occhi sul disastro provocato da Mussolini, seppero tradurre quei silenzi in un plebiscitario sciopero che coinvolse le industrie del nord. Primo e autentico atto di ribellione dal basso in un Paese europeo sotto il tallone nazifascista. La terza e ultima data è il 2 giugno, la nascita della Repubblica del 1946 con il referendum nazionale, vera e propria sentenza di colpevolezza espressa con il voto libero nei confronti della Monarchia sabauda, il re Vittorio Emanuele III e la sua corte, accusata di pavidità, complicità e servilismo con il Regime, fino all’obbrobrio della firma sotto le leggi razziali del 1938. Una vergogna che ne giustificava l’esilio e il divieto di rientrare in Italia. Nel giorno della Festa della Liberazione è doveroso il pensiero a quei militari che dopo l’8 Settembre, dopo il crollo istituzionale del Paese – causato in primis dall’abbandono senza direttive del Re e di Badoglio – reagirono ai diktat dei generali tedeschi con le armi. Simbolo di quell’embrione di ciò che sarà la Resistenza è Cefalonia, l’isola greca nel Mar Ionio, dove la Divisione Acqui si oppose ai bombardamenti dal cielo degli Stuka tedeschi e si difese dall’assalto delle truppe nemiche. Una resistenza pagata con migliaia di morti negli scontri ed altrettanti fucilati e deceduti nei campi di prigionia. Secondo le stime degli studiosi, la Divisione Acqui ebbe circa 6500 caduti, oltre la metà dei suoi effettivi. Un altro simbolo della Resistenza è l’internamento dei militari italiani che non aderirono ai richiami nazisti e all’invito di rientrare in Italia per indossare le mostrine dell’Esercito di Salò ricostituito dal maresciallo Graziani. Oltre 600 mila uomini scelsero i lager tedeschi. La loro fu una scelta coraggiosa, perché disarmò di ogni credibilità l’azione della Rsi e dei tedeschi nei territori occupati. Con l’articolo di Maria Grazia Sestero, presidente dell’Anpi provinciale di Torino, la Porta di Vetro conclude la sua rassegna di articoli dedicata alla Liberazione.

Il 25 Aprile del 1945 la Resistenza del popolo italiano ha chiuso i conti col fascismo e col nazismo, liberando l’Italia. La Costituzione poi e leggi successive hanno definito che il fascismo si colloca fuori dei confini della democrazia. A settantasei anni da quella data dobbiamo constatare che le bandiere e i simboli della dittatura hanno ancora degli estimatori, sebbene le ricostruzioni storiche, i racconti e le testimonianze abbiano illuminato i crimini, le stragi, le violenze spesso inimmaginabili, di cui si sono nutriti fascismo e nazismo per esercitare il loro potere. Il nostro tempo sembra vivere in una specie di “presente permanente”: il passato è cancellato, la memoria collettiva della propria storia scomparsa, e la perdita del passato si accompagna a quella che il Censis vede come una sindrome inquietante da cui gli italiani sono affetti: la scomparsa del futuro. Il 25 aprile è il legame necessario tra passato e futuro: quel passato è memoria su cui possiamo inserire le speranze di futuro.Dobbiamo essere orgogliosi di quel passato, della lotta di Liberazione, perché rappresenta l’inizio e la costruzione della nostra democrazia. La Resistenza è il protagonismo dei ceti popolari, giovani donne e uomini cresciuti sotto una feroce dittatura, nella retorica del regime, che scelgono di costruire un futuro basato sui diritti, la giustizia, l’uguaglianza. Da quel bisogno di cambiare la storia nasce un Paese nuovo, quello che ci è stato consegnato e che dobbiamo difendere da rigurgiti della violenza fascista, da razzismi ed egoismi.In questi giorni centinaia di Istituzioni, scuole, cittadini rendono omaggio a chi ha perso la vita per il coraggio di essere liberi. L’ANPI dalla memoria delle partigiane e dei partigiani trae la forza di continuare ad essere baluardo della democrazia e ispiratrice di antifascismo. *Presidente ANPI Provinciale di Torino

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