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21 gennaio 1921: nasce il Partito comunista d’Italia – Rivoluzionari in un’epoca

di Stefano Marengo|


“Il Congresso di Livorno è destinato a diventare uno degli avvenimenti storici più importanti della vita contemporanea italiana”. A scriverlo con convinzione profetica è Antonio Gramsci su l’Ordine Nuovo del 13 gennaio del 1921. Si è a due giorni dall’apertura del Congresso del partito socialista. Un momento che segnerà in maniera indelebile la storia della sinistra, e non solo, in Italia. Il 21 gennaio Gramsci darà vita insieme con Amadeo Bordiga, Umberto Terracini ed altri militanti della frazione “comunista” del Psi al Partito comunista d’Italia. A cento anni di distanza dalla nascita di un partito che ha attraversato da protagonista il Novecento italiano, ne ripercorriamo le vicende.

Fu tra gli eventi, il Congresso di Livorno, che contribuirono a costruire l’epoca della “grande incertezza” tra le due guerre mondiali. L’epoca, direbbe Gramsci, in cui il vecchio mondo muore, mentre il nuovo tarda a comparire. Finita la grande guerra, il Partito Socialista Italiano viveva tutte le tensioni della congiuntura rivoluzionaria inaugurata dalla presa del potere dei bolscevichi in Russia. In Italia, la “parola d’ordine” della rivoluzione si era tradotta nel ciclo di lotte del “biennio rosso”. A partire dal 1919 erano state centinaia le mobilitazioni operaie e contadine, in un crescendo che era culminato nell’occupazione delle fabbriche del settembre 1920. Fu però proprio in questo frangente che le speranze rivoluzionarie del proletariato italiano dovettero andare frustrate. La CGL, il sindacato unitario da sempre fautore di una politica gradualista, finì con l’accettare i termini di un accordo che verteva pressoché esclusivamente su questioni salariali. In questo contesto di tensioni e lotte, il PSI era schierato da tempo su posizioni rivoluzionarie e già nel 1919 aveva aderito all’Internazionale comunista, il Comintern. Al suo interno si trovava tuttavia una corrente riformista che, pur numericamente esigua, aveva il controllo del gruppo parlamentare e del sindacato. La convivenza tra le due componenti divenne un problema politico non più rinviabile proprio a seguito degli eventi del biennio rosso. I rivoluzionari imputavano all’influenza dei riformisti sulla CGL l’esito deludente dell’occupazione delle fabbriche. Era ancora possibile, e a quale scopo, salvaguardare l’unità del partito? La questione era resa ancora più urgente dalle nuove direttive da Mosca. Il secondo congresso del Comintern aveva infatti approvato un regolamento (i celebri “ventuno punti”) che, tra l’altro, richiedeva ai singoli partiti nazionali l’espulsione delle rispettive componenti riformiste. La direttiva del Comintern divenne il punto di caduta delle contraddizioni politiche del PSI. L’alternativa che si impose era tra la salvaguardia dell’unità del partito, ma al prezzo di un’identità incerta (rivoluzionario o riformista?), e la costruzione, sul modello leninista, di un soggetto politico autenticamente rivoluzionario, il quale avrebbe però dovuto recidere ogni legame con il gradualismo riformista. Fu questa la traccia a partire dalla quale, negli ultimi mesi del 1920, vennero elaborate le tre principali piattaforme congressuali. L’ala destra del partito, “concentrazione socialista”, guidata dai sindacalisti Ludovico D’Aragona e Gino Baldesi, si attestava su una posizione riformista tradizionale, caratterizzata dal rifiuto della presa rivoluzionaria del potere e da una strategia di graduale approssimazione, con le riforme, alla società socialista. L’unità del partito, per i concentrazionisti, andava tutelata proprio in quest’ottica gradualista.

L’ala sinistra, comunista rivoluzionaria, era nata dalla convergenza di due gruppi principali: il gruppo torinese di Ordine Nuovo, guidato da Gramsci, e quello napoletano de Il Soviet, guidato da Amadeo Bordiga. La piattaforma congressuale che ne sortì recepiva integralmente le direttive del Comintern. Per i comunisti, che facevano propria la concezione di Lenin, il partito andava strutturato come avanguardia rivoluzionaria del proletariato, strumento d’azione politica capace di intercettare e portare a compimento la congiuntura rivoluzionaria. Solo in questo modo si sarebbe potuto evitare un fallimento analogo a quello in cui si erano risolte le lotte del biennio rosso. Tra la destra e la sinistra del partito si collocava infine la componente centrista dei massimalisti o comunisti “unitari”, il cui principale esponente era Giacinto Menotti Serrati. Se anche questa corrente, analogamente ai riformisti, poneva come prima esigenza la necessità di conservare l’unità del partito, Serrati e compagni, come Bordiga e Gramsci, proponevano un programma decisamente rivoluzionario, che non escludeva affatto la possibilità della presa del potere per via extralegale. A differenza dei comunisti puri, e proprio per salvaguardare l’unità del partito, i massimalisti intendevano tuttavia usare maggiore elasticità nell’applicazione dei ventuno punti del Comintern. Quando, il 15 gennaio del 1921, iniziarono i lavori del Congresso di Livorno, la scissione era già nell’aria. I congressi provinciali avevano attribuito la maggioranza assoluta alla mozione massimalista; un terzo circa dei voti erano andati alla componente comunista; meno del 10% degli iscritti, infine, aveva scelto la piattaforma riformista. L’onere della scelta politica ricadeva quindi sulle spalle dei massimalisti unitari. E Serrati, per una sorta di paradossale ironia, finì per ottenere l’unico risultato che si era proposto di scongiurare. La sua insistenza sul principio dell’unità del partito, cosa che lo avvicinava di fatto alla componente riformista, finì infatti per produrre la scissione dell’ala comunista. Per un’intera settimana, a Livorno, gli interventi dei delegati non fecero altro che cristallizzare le diverse posizioni nella loro mutua incompatibilità. Il 21 gennaio, giorno della chiusura dei lavori, Bordiga prese infine la parola per annunciare la scissione della componente rivoluzionaria. I delegati comunisti uscirono dal Teatro Goldoni al canto dell’Internazionale e si riunirono in Congresso separato presso il Teatro San Marco. Qui, quel giorno, nacque il Partito Comunista d’Italia. (1/ continua)

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