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18 marzo, per non dimenticare e battere la pandemia

di Emanuele Davide Ruffino|


Il 18 marzo è trascorso nel ricordo delle vittime (oltre 157 mila) della pandemia con le bandiere a mezz’asta in tutti gli edifici pubblici del Paese e con il minuto di silenzio deciso da numerose istituzioni pubbliche. Ma il momento nobile e generoso della memoria, che ci auguriamo sempre spoglio da ogni retorica, non deve andare a scapito della razionalità di cui necessitiamo per comprendere come l’Italia ha reagito all’imprevedibile. Il bilancio è indifferibile per analizzare e per non ricadere nei ritardi, errori, omissioni e malversazioni che si sono registrati soprattutto nella prima fase pandemica. Un’operazione che non per questo mette in ombra gli atti di abnegazione che hanno contraddistinto medici e infermieri, il senso di disciplina che ha permeato la popolazione durante il lockdown, la decisione della maggioranza degli italiani di vaccinarsi, tutti fattori virtuosi che si sono uniti alla capacità mostrata dai governi nell’affrontare senza tentennamenti l’invadenza del virus. La Porta di Vetro

Dal microcosmo di Orbassano, 23 mila abitanti alle porte di Torino, parte la riflessione sulla prima giornata nazionale dedicata alle vittime della Covid-19. Davanti a un ulivo, pianta coriacea, simbolo di perseveranza e resistenza, piantato davanti alla biblioteca comunale, gemellata con quella dell’Ospedale San Luigi (dove un altro ulivo ricorda le vittime della pandemia) la prima cittadina ha ricordato l’impegno civico della popolazione. Un impegno che non vuole dimenticare nessuno e che non vuole soprattutto lasciare indietro nessuno. L’ulivo davanti alla biblioteca simboleggia anche questo: solidarietà nel segno della cultura, intesa come base di partenza; non a caso le biblioteche hanno continuato a funzionare, per ridare progettualità al nostro agire. Oggi più che mai con la guerra in Ucraina che imperversa. Tutti noi abbiamo qualcuno da ricordare, ma la Covid impone una memoria collettiva, perché è stata l’intera società che ha dovuto subire un dramma di vite umane di cui ci siamo resi conto due anni or sono con la “marcia funebre” dei camion che portavano via le bare da Bergamo. Si era sconvolti e ci si aggrappava all’eroismo dei medici e degli infermieri che, oltre ogni limite, si erano e continuano a prodigarsi per assicurare un po’ di assistenza, anche quando le conoscenze diagnostiche e scientifiche non offrivano ancora soluzioni efficaci. A due anni si deve ricordare chi non c’è più (come dice Mattarella “ci inchiniamo alla memoria”) con gli occhiali della storia (anche se ancora rudimentali) e cominciare a rielaborare quanto successo. Dobbiamo prendere atto che il mondo scientifico, collegato in una rete di dimensioni planetarie, si è impegnato in un lavoro di rilevazione e condivisione dei dati, senza precedenti. Si era stimato in 10 anni la possibilità di disporre di un vaccino, cosa che invece è stata realizzata in 10 mesi: tutti i laboratori e gli scienziati hanno creato più che un’intelligenza artificiale, un’intelligenza sociale, per risolvere al più presto il problema. La scienza e la cultura sono state le armi più potenti nel contrasto alla pandemia e ciò deve rimanere di monito anche per il futuro. La pandemia, al di là della legittima volontà di gridare che tutto è finito, obbliga a rivedere il nostro modo di vivere, partendo dalla perdita di certezze che il lockdown ha provocato e guardando i luoghi della memoria che in vari modi e con diverse forme si sono andate a realizzare, ma, soprattutto, l’esperienza che nostro malgrado abbiamo acquisito ci deve portare a continuare la battaglia non solo contro la Covid-19, ma contro tutte le altre malattie che ci affliggono.

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