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12 maggio dedicato agli infermieri, una giornata davvero particolare

di Enrica Formentin|


Il 12 maggio, data di nascita di Florence Nightingale, fondatrice delle scienze infermieristiche moderne (attraverso il suo metodo scientifico fondato sulla statistica), rapppresenta da decenni per l’International Council of Nurses la giornata internazionale dell’infermiere.

La ricorrenza è stata ed è di grande aiuto nell’opera di sensibilizzazione sulla figura professionale dell’infermiere, del suo impegno per la solidarietà e per la costruzione di un’alleanza con i pazienti e le loro famiglie. E in generale, gli slogan ribadiscono la scelta di stare “dalla parte del cittadino”. Il 12 maggio è così diventato l’occasione per far sì che la professione infermieristica “parli un po’ di sé” ai ricoverati, agli utenti dei servizi territoriali, agli anziani, agli altri professionisti della sanità, ma anche ai giovani attratti dalla professione che in alcun modo può essere considerata un ripiego e, non ultimo, a tutti coloro insomma che nel corso della propria vita hanno incontrato o incontreranno “un infermiere”. Quest’anno si arriva all’appuntamento dopo un biennio di pandemia globale che ha messo a dura prova i sistemi sanitari di tanti Paesi, ma che ha anche mutato la percezione delle opinioni pubbliche circa il ruolo e la funzione dell’infermiere. In Italia, la categoria vive un momento particolarmente critico, tra il tavolo in corso per il rinnovo del contratto di lavoro nel settore pubblico, le agitazioni nella sanità privata, la spinta della digitalizzazione che sta cambiando in modo epocale la professione e il riassetto strutturale dell’assistenza territoriale imposto dal Pnrr. Lo spirito di abnegazione durante la pandemia

Per molti infermieri la pandemia è stata un’occasione di crescita. La paura iniziale si è trasformata in necessità di rispondere all’emergenza, soprattutto nelle primissime fasi, e ha richiesto uno sforzo di riorganizzazione enorme, sia a livello di spazi e strutture, sia a livello professionale. Un cambiamento repentino che ha portato gli infermieri a reinventarsi per adeguarsi a una situazione nuova e improvvisa, pur mantenendo competenze, professionalità ed etica. Per la categoria si è trattato di un grande cambiamento perché l’emergenza ha imposto di saltare alcuni passaggi e inventare nuovi modelli organizzativi, confermando la stretta necessità di pianificare l’assistenza con le altre figure professionali. Gli infermieri si sono dovuti adattare ad una nuova forma di comunicazione sia con il paziente, sia con i suoi cari, sviluppando l’empatia, la capacità di ascolto e di attenzione. La vicinanza al paziente e ai suoi famigliari

La pandemia ha poi evidenziato un elemento che nel quotidiano “ordinario” era stato letteralmente oscurato: la differenza, abissale, tra il “curare” e il “prendersi cura.” Prendersi cura è un approccio che va oltre l’aspetto tecnico della cura. Significa, prima di ogni altra cosa, mettere in campo competenze professionali e preparazione tecnica insieme al coinvolgimento emotivo e passionale proprio di chi sceglie questa professione. Significa colmare quel vuoto esistente tra cura in senso stretto e assistenza alla persona, rendendo umana e motivata la capacità assistenziale. Tale concetto si sposa con il messaggio del beato don Gnocchi che esalta in ogni attività la centralità della persona, colta nella sua integralità: “viene prima l’uomo e non la sua malattia”. La malattia è vissuta quasi sempre come una minaccia alla propria integrità professionale e alla propria dignità di essere umano. Il contesto ospedaliero può portare a sentirsi solo un numero tra i tanti degenti di un reparto. La relazione infermiere-paziente è fondamentale affinchè l’assistito non perda mai la percezione di essere una persona. Il contatto, l’essere a fianco del paziente, per esempio, è uno dei gesti caratteristici dell’infermiere, atti che non derivano dal buon senso, ma fanno parte della competenza e del sapere dell’infermieristica. Toccare un corpo malato non è come toccare un corpo sano. Ritrovarsi accanto alla sofferenza del malato non solo con le parole, ma con il corpo, con l‘ascolto e con il contatto in maniera continuativa, permette di costruire relazioni intense e intime: poche figure professionali hanno questo privilegio. Non si ricorda mai abbastanza che il malato non è una macchina cui va revisionato un pezzo, ma una persona nella sua unità bio-psico-sociale. Una medicina centrata sul paziente non rinnega la tradizionale medicina, che si pone come scopo la diagnosi e il trattamento di una patologia, ma aggiunge la necessità di confrontarsi con chi soffre.

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